venerdì 25 novembre 2011

Le origini della scrittura: la memoria attraverso le scritture

1. L’origine della scrittura
Le scritture più antiche risalgono al terzo millennio a.C.
Ripercorrendo lo sviluppo delle conoscenze umane, gli studiosi sono concordi nel
ritenere che molte società umane erano giunte assai vicino all’invenzione della
scrittura; ed è sorprendente constatare come si siano invece fermate ad uno stadio
precedente l’invenzione dell’alfabeto.
I dipinti e i graffiti delle società primitive contengono così tanti elementi di un
sistema di scrittura che chiamarli “arte” anziché “scrittura” può sembrare una mera
distinzione terminologica.
Secondo Steven Mithen ed altri studiosi la presenza delle componenti cognitive (il
bisogno di comunicare, la manipolazione della cultura materiale, una teoria della
mente, l’abilità manuale, il pensiero simbolico, ma soprattutto il linguaggio) sarebbe
stata molto importante, ma soltanto il contemporaneo verificarsi di condizioni
socio-economiche e politiche favorevoli, come avvenne in Mesopotamia nel 3.200
a.C., portò all’invenzione della scrittura.
L’invenzione della scrittura da parte delle più antiche civiltà ha trasformato il modo
di immagazzinare, manipolare e trasmettere le conoscenze ed è pertanto alla base
della lunga evoluzione che, partendo da quelle antiche civiltà, ha prodotto il mondo
moderno; la straordinaria crescita della conoscenza a partire da quell’evento può
essere senz’altro attribuita, in gran parte, al potere della scrittura.
2. La scrittura in Mesopotamia: Sumer e Accad
Furono i Sumeri a dar vita, intorno al 3200 a.C., alla prima alta cultura urbana e a
inventare la scrittura cuneiforme. Non ci è ancora dato sapere con esattezza, quando
essi si stanziarono in Mesopotamia, tra l’odierna zona di Baghdad e la foce del Tigri
e dell’Eufrate, e da dove provenissero. E’ improbabile, comunque, che fossero i primi
colonizzatori della regione, poiché molti nomi di antichi insediamenti non sono di
origine sumerica.
Intorno al 2600 a.C., iniziò l’immigrazione di popolazioni nomadi semitiche nella
regione, gli Accadi, che, lentamente, spinsero i Sumeri sempre più verso sud. Due
popoli assai differenti, che parlavano due lingue diversissime, di origine ignota e
agglutinante, l’una, semitica e flessiva, l’altra, ma che seppero creare nella loro
interazione e integrazione una grande e duratura civiltà.
Gli Accadi non avevano una propria scrittura perciò adottarono il cuneiforme per
esprimere la propria lingua, limitandosi a “leggere” in accadico il segno cuneiforme
sumerico, così ad esempio il segno “re”, in sumerico lugal, era in accadico
pronunciato šarru. Solo con l’avvento della dinastia fondata da Sargon (2350-2140
a.C.) compaiono i primi documenti cuneiformi scritti in accadico. In questo periodo
il processo di accadizzazione s’intensificò e i Sumeri furono lentamente, ma
inesorabilmente soppiantati (il processo terminò intorno al 1900 a.C. circa):
l’ultimo periodo di grande splendore fu quello detto Neosumerico (2140-2020
a.C.) che ci ha lasciato un numero impressionante di tavolette cuneiformi in
sumerico, raccolte in numerosi archivi di documenti economici, provenienti dalle
grandi città del regno, come Ur, Umma, Lagaš, Puzrišdagan. Fu però un regno di
breve durata, a causa di forti contrasti interni e dell’arrivo degli Amorriti,
popolazioni nomadi che fondarono vari regni in Sumer, tra cui quello di Babilonia.
Anche sul medio-Eufrate si era stanziata un’altra popolazione che avrebbe presto
scritto il suo nome nella storia: gli Assiri. I periodi successivi presero nome dalla
supremazia politica e culturale di queste due culture: paleo-babilonese e paleo-assiro
(sviluppatesi intorno al 1800 a.C.), medio-baliblonese e medio-assiro (sviluppatesi
intorno al 1600 a.C.); neo-babilonese e neo-assiro (intorno all’800 a.C.).
Nonostante tutti questi stravolgimenti, la lingua sumerica sopravvisse e divenne
lingua di culto, rimanendo in vita fino a quando la scrittura cuneiforme cadde in
disuso.
Evoluzione del cuneiforme
I più antichi documenti che contengono esempi di scrittura organizzata risalgono
alla fine del IV millennio a.C. (c. 3200-3100 a.C.). Si tratta di tavolette di argilla
rinvenute presso l’antica città di Uruk (odierna Warka), situata nel sud della
Mesopotamia (odierno Iraq), sulle quali sono incise sequenze di pittogrammi
(rappresentazioni rudimentali, veri e propri disegni che riproducono un oggetto così
com’è in realtà) incolonnati e ripetuti. Si tratta di documenti economici che
menzionano quantità di beni diversi (animali, derrate alimentari e merci varie),
razioni e altro.
I segni originali avevano già in questo periodo subìto un significativo cambiamento:
erano stati ruotati verso sinistra di 90°.
La scrittura ‘protocuneiforme’ delle tavolette di Uruk ebbe un’ulteriore
trasformazione nella prima metà del III millennio a.C., quando gli scribi, per evitare
le “sbavature” provocate dallo stilo appuntito nel tracciare linee curve, ma
soprattutto per rendere più veloce la realizzazione del segno, preferirono imprimere,
con uno stilo a punta, a sezione triangolare, tratti rettilinei a forma di cuneo. E
proprio dal latino ‘cuneus’ (chiodo) deriva il suo nome la scrittura cuneiforme.
Questo significativo cambiamento e l’adozione sempre più frequente di una scrittura
fonetica avviò un lento processo di semplificazione dei segni originari. Nel corso di
tre millenni essa si diffuse in tutto il Vicino Oriente e fu veicolo della cultura
mesopotamica. Oltre agli Accadi, altri popoli, come gli Ittiti o gli Elamiti,
l’adottarono per trascrivere la propria lingua, altri popoli se ne servirono per creare
nuove scritture (come l’ugaritico).
3. Le scritture egee
Le scritture egee, geograficamente localizzabili nei territori che si affacciano sul
mare Egeo, si sviluppano in un arco di tempo che va dalla seconda metà del III
millennio a.C. alla fine del II millennio a.C. Scopritore e indagatore della civiltà
minoica (così come viene denominata la civiltà dell’antica Creta) fu l’archeologo
Arthur Evans, che con gli scavi iniziati nel 1899 raggiunse, in breve, ottimi risultati.
Nell’isola di Creta, celebre per gli splendidi palazzi minoici e per i prosperi
commerci con le civiltà della Mesopotamia, dell’Egitto e della Penisola anatolica,
sono attestati tre differenti sistemi di scrittura sillabica: il geroglifico cretese, la
Lineare A, e la Lineare B.
Le iscrizioni si trovano su tavolette d’argilla (documenti d’archivio), sigilli, vasi,
elementi architettonici e altri supporti, e la loro stesura nasce dalle necessità
concrete legate all’organizzazione del lavoro, alla registrazione di beni, alla
contabilità.
Il geroglifico cretese (o minoico), attestato a Creta nel Medio Minoico I e II (2000-
1700/1600 circa), è una scrittura di tipo ideografico, allo stato attuale non ancora
decifrata. Se ne contano circa 331 testi tra documenti d’archivio e iscrizioni su
sigilli.
La Lineare A, scrittura sillabica frammista di ideogrammi, così chiamata da Evans per
il tracciato lineare e più semplice rispetto al geroglifico cretese e per la sua
disposizione orizzontale, è documentata tra il 1700 e il 1450 a.C. a Creta. I testi
sono 1472, e vi si contano circa un centinaio di segni, alcuni ideogrammi e un
sistema numerico decimale. Essa nasce nel periodo dei primi palazzi ma si impone
solamente nel periodo dei secondi palazzi quando sostituisce il geroglifico con cui
era coesistita per secoli; a sua volta, verrà adottata dai micenei che successivamente
creeranno la Lineare B. Sono venuti alla luce, su tavolette d’argilla e altro materiale,
più di mille testi di carattere amministrativo e religioso. Si tratta di una lingua non
ancora decifrata: tra le ipotesi si ricordano quella degli studiosi Meriggi e Palmer che
pensano al luvio e quella di Georgiev che pensa piuttosto al greco o all’ittito. Più
recente il tentativo di decifrazione avanzato da Consani e Negri.
La Lineare B, decifrata nel 1952 dall’architetto inglese Michael Ventris che si
avvalse, in un secondo momento, dell’aiuto del glottologo John Chadwick, è una
scrittura sillabica che semplifica la Lineare A e testimonia una lingua greca molto
antica, precedente i tempi di Omero. Essa venne utilizzata tra il 1400 e il 1150 a.C.,
e si contano circa seimila tavolette scoperte sia nell’isola di Creta sia nella Grecia
continentale, oltre ad iscrizioni dipinte su vasi. I segni sillabici sono circa 90; ad
essi si aggiungono numerosi ideogrammi e un sistema numerico di tipo decimale.
Tra le città che hanno restituito materiale si ricordano Cnosso, Cidonia, Pilo,
Micene, Tirinto, Eleusi, Tebe, Orcomeno. Le tavolette di argilla venivano iscritte
con uno stilo e poi lasciate seccare, ed erano successivamente conservate dentro casse
o ceste in stanze chiamate ‘uffici d’archivio’. Gli incendi che distrussero gli antichi
palazzi favorirono la cottura delle tavolette, che così si sono conservate fino ad oggi.
Infatti la conservazione della scrittura dipende anche dal materiale scrittorio;
l’argilla, ad esempio, se non viene cotta o bruciata, rimane troppo friabile. La forma
delle tavolette può variare: in genere presentano forma di pagina o di foglia e le
dimensioni sono tendenzialmente piccole. All’interno del miceneo sono individuabili
i sillabogrammi o fonogrammi (cioè segni che rappresentano delle sillabe) e gli
ideogrammi (cioè segni che esprimono dei concetti).
Una attenzione particolare merita inoltre il disco di Festòs. E’ un disco di argilla di
colore rossastro, con un diametro di circa 16 cm. per uno spessore che varia tra 1,5 e
2 cm. Esso fu scoperto nel 1908 dall’archeologo italiano Luigi Pernier durante gli
scavi all’estremità nord-est del palazzo di Festòs. E’ scritto su entrambe le facce e
per ottenere l’iscrizione sono stati utilizzati 45 punzoni che corrispondono ai 45
segni differenti presenti sul disco. Per la prima volta nella storia sono stati utilizzati
dei caratteri mobili (punzoni) per stendere un testo che si presenta così come un
antichissimo esemplare di documento a stampa. L’andamento della scrittura è
spiraliforme (nella lettura si parte dalla periferia per raggiungere il centro). I segni
sono 242; la scrittura sembra di tipo sillabico e la sua origine è presumibilmente
egea. La natura del testo è incerta, e problematica è la sua decifrazione che,
nonostante molteplici tentativi, spesso fantasiosi e ingenui, rimane per ora
enigmatica.
Tra le scritture dell’area egea si ricorda anche il cipro-minoico utilizzato nell’isola di
Cipro tra la fine del XVI secolo e il 1050 a.C. circa. Questa scrittura sillabica, non
ancora decifrata, è testimoniata ad Enkomi, sulla costa orientale di Cipro e sulla
costa siriaca, a Ugarit. Dal cipro-minoico è derivato il sillabario cipriota classico
adottato a Cipro tra l’VIII e il VII secolo a.C. e rimasto in vigore fino al III secolo
a.C. Tale sillabario conta 56 segni di cui 5 sono vocali; la sua decifrazione è avvenuta
tra il 1872 e il 1875 per merito di George Smith che si servì di testi bilingui
fenicio-ciprioti.
4. La scrittura in Egitto
In Egitto la scrittura nacque in un’epoca grosso modo contemporanea a quella in cui
la scrittura cuneiforme si affermò in Mesopotamia (circa 3200 a.C.). Platone nel
Fedro riferisce la credenza egiziana secondo cui il dio Thot aveva inventato la
scrittura e ne aveva fatto poi dono agli uomini.
La prima scrittura che troviamo in uso nell’antico Egitto è quella geroglifica. La
definizione ‘geroglifici’ (dal greco γrάμματα iεroγλυφικά , cioè ‘lettere sacre incise’)
è da attribuire a Clemente di Alessandria (secolo II d.C.), il quale non
comprendendoli, e avendoli visti incisi soprattutto su monumenti di carattere
religioso, erroneamente enfatizzò questo aspetto. In realtà i geroglifici non avevano
nulla di sacro e venivano impiegati per scritti di ogni tipo.
Essi furono dapprima pittografici o ideografici (cioè rappresentavano
simbolicamente un oggetto o un’idea), successivamente anche fonetici (cioè
rappresentavano un suono della lingua parlata).
I geroglifici potevano essere letti da destra verso sinistra o dall’alto verso il basso e
viceversa, a seconda della collocazione del testo. Per scoprire in qual senso il testo
debba essere letto basta osservare la direzione dello sguardo degli esseri viventi
(uomini o animali) rappresentati.
Tale scrittura però, pur avendo un elevato numero di simboli (se ne conoscono circa
tremila), aveva una limitata capacità espressiva: non era per esempio possibile
esprimere concetti astratti o verbi.
Nel tempo la scrittura geroglifica subì delle modificazioni. Durante la III dinastia
(inizio del III millennio a.C.) comparve la scrittura ieratica (secondo Clemente
Alessandrino “lingua sacerdotale”), uno sviluppo corsivo della precedente, ossia una
semplificazione dei segni originari con lo scopo di ottenere una maggiore velocità
nello scrivere.
Essa fu in uso fino alla fine del Nuovo Regno (fine del II millennio a.C.) e venne
adoperata per redigere tutti i documenti che riguardavano la vita pubblica e religiosa.
Agli inizi si sviluppava su colonne verticali, ma successivamente si passò a una
stesura orizzontale, da destra verso sinistra. In epoca tarda lo ieratico fu usato solo
per testi religiosi.
La forma demotica ebbe origine da un’ulteriore semplificazione della ieratica, con la
differenza che, anziché semplificare singoli segni, ne venivano abbreviati gruppi
interi che apparivano come un unico segno. Essa è quindi più difficile da leggere
rispetto al geroglifico e allo ieratico.
Il demotico, venne usato dall’epoca della XXVI dinastia (VII secolo a.C.), quando fu
introdotto fino alla fine del periodo romano (IV secolo d.C.). Esso riflettè sempre
più la lingua popolare e fu la scrittura favorita dagli scribi ‘ufficiali’. Proprio per
questo motivo la demotica (dal greco δήμος = popolo) venne identificata con la
scrittura popolare.
Infine, in età romana, si andò formando la scrittura copta che troviamo in uso dal III
secolo Essa altro non era che la trascrizione della lingua egiziana in caratteri greci e
fu elaborata dagli egiziani di religione cristiana (i copti, appunto). La scrittura copta
era, come quella greca, una scrittura fonetica. Venivano utilizzate infatti le lettere
dell’alfabeto greco (comprese le vocali che nella lingua scritta egiziana non
esistevano) con l’aggiunta di pochi altri segni derivati dal demotico.
L’evoluzione della scrittura copta fu però indipendente da quella dell’alfabeto greco.
In particolare, nel IX secolo d.C., lingua e scrittura copta dovettero soccombere di
fronte a lingua e scrittura araba, pur continuando ad essere ancora in uso (veramente
assai ristretto, particolarmente a partire dal secolo XIII) fino a che dal secolo XVII,
non scomparvero completamente come scrittura e lingua vive, rimanendo tuttavia
fino ad oggi come espressione ufficiale della Chiesa copta.
La lingua e la scrittura greca in Egitto
Almeno dal VII secolo a.C. in Egitto furono note anche la lingua e la scrittura greca,
ivi introdotte dai soldati mercenari e dai mercanti (proprio a questo periodo risale
infatti la fondazione, nel delta del Nilo, di Naukratis, colonia greca di Mileto).
Nel 332 a.C., Alessandro Magno conquistò l’Egitto. Dopo la sua morte il paese
divenne un regno indipendente sotto l’autorità di Tolemeo I Sotere e il greco ne
divenne la lingua ufficiale.
Chi parlava greco restava pur sempre una minoranza, ma con un rilevante peso
sociale e politico. Il greco usato era quello della κοινή διάλεκτος, e l’alfabeto era lo
ionico di Mileto che era stato adottato per decreto in Atene nel 404-403 a.C.
Dal sec. III a.C. in poi i papiri testimoniano in Egitto la presenza diffusa della lingua
e della scrittura greca non solo in testi documentari, ma anche letterari. Le forme
grafiche in cui il greco si esprime, cioè quelle che noi diciamo maiuscole, risultano
estremamente variate: eleganti forme librarie coesistono con la scrittura ‘svelta’ dei
testi documentari. Ma accanto al greco, il demotico, insieme allo ieratico, è presente
ancora nella documentazione privata della popolazione indigena.
Quando, a partire dal 30 a.C., l’Egitto diviene provincia romana, il greco rimane la
lingua ufficiale così come per tutte le provincie orientali dell’Impero romano; nei
libri, ancora in forma di rotolo, troviamo un greco chiaro ed elegante, leggibile
ancora oggi da un ‘profano’ che conosca un po’ l’alfabeto greco nella sua forma
maiuscola.
Tra il III e il IV secolo d.C. il rotolo lascia il posto al codice per i testi letterari,
mentre le scritture corsive subiscono l’influsso delle coeve scritture latine e si
evolvono rapidamente, ma si potrà parlare di scrittura minuscola solo alcuni secoli
più tardi.
Infine, nel VII secolo d.C., il paese viene conquistato dagli arabi e la grecità si
estingue in Egitto sotto la pressione di un’arabizzazione sempre più diffusa; ma solo
nell’VIII secolo l’arabo sostituisce definitivamente il greco: esso scompare anche
come lingua parlata né si trovano più codici scritti in greco.
La collezione di papiri dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
(identificati con la sigla P.Med. = Papyri Mediolanenses) si è costituita, nel
Novecento, in periodi diversi: negli anni Venti, con le donazioni Jacovelli-Vita e
Castelli, acquisite tramite Aristide Calderini, e successivamente, in acquisto, per
opera di Orsolina Montevecchi.
Si tratta in tutto di circa un migliaio di pezzi, tutti di provenienza egiziana, per la
maggior parte scritti in greco, e in piccola parte in ieratico e copto. Tra i papiri greci
se ne contano una quarantina fra biblici, liturgici, letterari e semiletterari, tutti gli
altri sono documentari.
In buona parte i papiri sono già stati editi su Aegyptus, rivista italiana di egittologia e
di papirologia fondata nel 1920 da Aristide Calderini. I papiri documentari sono
stati ripubblicati nei vari volumi del Sammelbuch griechischer Urkunden aus Aegypten.
5. Le scritture consonantiche della regione siro-palestinese
Il problema dell’origine dei sistemi di scrittura consonantica resta tuttora insoluto.
Nel II millennio a.C. nella regione siro-palestinese ci furono diversi tentativi di
creare sistemi di scrittura locali, come la scrittura pseudogeroglifica di Biblo (30
km. a nord di Beirut, sulla costa dell’attuale Libano), la scrittura protosinaitica e
quella delle iscrizioni palestinesi protocananaiche. Tali sistemi erano indipendenti da
quelli più antichi mesopotamico ed egiziano, benché questi, e specialmente il
secondo, abbiano esercitato la loro influenza. L’origine remota del principio
consonantico va cercata in Egitto, ma quanto al luogo e al tempo in cui tale
principio si affermò nella regione siro-palestinese le opinioni degli studiosi sono
diverse.
La scrittura ugaritica fu elaborata e usata nella città di Ugarit (attuale Ras Šamra, in
Siria): comprende 28 segni (30 computando le tre ’ălef) ed è di influenza
mesopotamica (ovvero segni cuneiformi incisi su tavolette con uno stilo). Essa è la
più antica fra quelle del II millennio a.C. ad essere stata decifrata ed è prova che il
principio consonantico esisteva già nel XIV secolo a.C.
Tra le scritture consonantiche semitiche vanno distinte la nord-semitica (la scrittura
ugaritica e la fenicia, attestata dal XIII secolo a.C., con quelle da essa derivate) e la
sud-semitica (i sistemi grafici ‘proto-arabo’ [testimoniato dal VIII-VI secolo a.C.],
nord-arabico e sud-arabico [documentati dal IX secolo a.C.]), che presentano
diversità non solo nei simboli grafici, ma anche nell’ordine di successione dei segni
dell’‘alfabeto’. L’ordine sud-semitico, testimoniato anche dalla tradizione etiopica, è
diverso da quello ugaritico e fenicio.
L’ordine dei segni nord-semitico, che non corrisponde a nessuna logica né fonetica
né grafica, è stato posto in connessione con un’origine astronomica: esso
costituirebbe una specie di ‘calendario’ che ricorda le fasi lunari e rappresenta la
situazione degli astri attorno al 2000/1600 a. C. [i 30 segni dell’‘alfabeto’
ugaritico rappresenterebbero l’intero mese lunare (compresa la fase oscura), i 22
dell’ ‘alfabeto’ fenicio solo le tre fasi luminose].
I nomi delle lettere alfabetiche ci sono conservati dalla tradizione greca, la quale ha
reso propriamente alfabetico il sistema di scrittura fenicio. Le lingue semitiche
hanno infatti un sistema fondamentalmente consonantico, mentre il greco e gli
alfabeti da esso derivati esprimono anche le vocali. Alcune consonanti fenicie, che
non avevano più corrispondenza di suono in greco, sono state utilizzate per
rappresentare le vocali: lef → alfa; hē’ → e-psilon (= «e semplice»); → ta yd
→ iota; ‘ayin → o-micron («o piccolo»); waw ha dato origine col suono consonantico
al digamma, con quello vocalico alla y-psilon («y semplice», rispetto al dittongo ou).
Molte lettere greche hanno nomi semitici: oltre alle già citate, lettere greche che
hanno nomi semitici sono beta, theta, kappa, lam(b)da, my, ny, pi, tau, koppa.
Anche la direzione della scrittura era originariamente uguale: da destra a sinistra,
come è rimasta per i semiti (tranne che nell’etiopica, scrittura di origine sud-arabica)
e come è attestata in Grecia in età arcaica. In Grecia poi dal V secolo a.C. divenne
usuale la direzione da sinistra a destra, dopo un periodo di transizione in cui fu
usata la scrittura «bustrofedica», così chiamata dall’espressione greca che significa
«che gira come il bue» quando ara un campo: da destra a sinistra, poi viceversa e così
di seguito.
Dalla scrittura fenicia sono derivate sia l’ebraica antica, detta paleoebraica
(documentata dall’VIII secolo a. C.), sia l’aramaica (attestata dal X secolo a.C.), che
dalla fine dell’VIII secolo è documentata anche in una forma corsiva (diffusa specie
in Assiria). Dalla scrittura aramaica delle cancellerie di età persiana tarda si
sviluppano dal III secolo a.C. varie scritture nazionali tra cui ricordiamo: la scrittura
giudaica, detta anche ‘ebraica quadrata’ per la forma dei segni (dal III secolo a.C.) e
la scrittura siriaca (la forma di nord-siriaca della zona di Edessa, dall’inizio del I
secolo d.C.).

Celtic Sacrifice

Grim deposits of butchered bones attest ritual slaughter by Galatians at Gordion.
Following his death, Alexander's empire broke up into smaller, competing states whose rulers sometimes hired mercenaries to supplement their own armies. In 278 B.C., King Nicomedes I of Bithynia welcomed as allies 20,000 European Celts, veterans who had successfully invaded Macedonia two years earlier. These warriors, who called themselves the Galatai, marched into northwestern Anatolia with 2,000 baggage wagons and 10,000 noncombatants: provisioners and merchants as well as wives and children. Ancient texts tell us that some of these immigrants settled at Gordion, the old Phrygian capital of King Midas, about 60 miles southwest of modern Ankara. Exactly when Galatians took over the town is unknown, but archaeological evidence suggests they were there soon after 270 B.C., the time when documentary sources tell us that Celts began raiding in central Anatolia.
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A young woman's skull and neck vertebrae are juxtaposed with an older woman's upper back vertebrae, which lie above an animal's jaw. The younger woman's hip bones lie atop the older woman's ribs, also shown in photos 8 and 9 further down the page. (Mary M. Voigt/Gordion Project)

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This skull of a teenager (12-17 years old) was carefully placed alongside the skull, pelvis, and upper leg bone of a dog. Beneath these was the pelvic bone of another person. (Mary M. Voigt/Gordion Project)
Earlier excavations at Gordion recovered coins of the sort used to pay Celtic mercenaries, a few artifacts with parallels in Celtic Europe (a helmet flap, sheep shears, and pin), and a sherd inscribed with a clearly Celtic name, Kant[x]uix. Nevertheless, the archaeological evidence for a large Galatian presence at the site was not overwhelming until our discovery of grisly evidence of rituals involving humans. The broken-necked bodies and decapitated heads at Gordion cannot be attributed to any local Anatolian group, but are characteristic of European Celts.
Between 1950 and 1973, Rodney S. Young and G. Roger Edwards, archaeologists from the University of Pennsylvania Museum, excavated much of the eastern part of Gordion's citadel mound. Young, who was mostly interested in a burned level that he identified with King Midas (see "Celebrating Midas," July/August 2001), was unenthusiastic about later occupation levels. In 1964, influenced by the prevailing views of historians, he characterized the Galatian settlement as follows: "The buildings of [these] levels are mostly the light structures of a farming village with their outbuildings and byres, usually in poor preservation." By 1990, the picture had changed. In reassessing what was known of Galatian Gordion, Keith DeVries--Young's successor as director of the Gordion Project--pointed out that some houses contained evidence of considerable wealth, including gold coins and stone sculptures. Moreover, some of these people could at least read Greek, the language used to inscribe some of their possessions, and favored items made in Greek style. Roman sources, DeVries noted, referred to Celts in Anatolia as "Gallograeci" because of their adoption of Greek ways. DeVries' interpretation is more in line with that of Livy, who described Galatian Gordion at the beginning of the second century in his History of Rome as an emporium, or trading center, and an oppidum, or fortified settlement.
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Gordion excavation areas (Sondra Jarvis and Carrie Alblinger/Gordion Project)
The University Museum began new excavations at Gordion in the late 1980s. Investigation of the northwestern part of the citadel mound, carried out in cooperation with the Royal Ontario Museum, was the key to a new understanding of the Hellenistic period. First of all, we now know that the Galatian occupation lasted at least 100 years and was marked by two destructions or abandonments followed by a brief third occupation. Second, our soundings show that the entire top of the citadel mound was occupied in the third and second centuries B.C., confirming Livy's description of the place as a substantial town. Third, the arrival of the Celts at Gordion is marked by a change in the use of space within the settlement as well as in architectural forms and materials: above ordinary mud-brick houses, the Galatians constructed a monumental public building of cut-stone blocks that was surounded by a massive stone wall.
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Double-headed figure from Gordion resembles more sophisticated ones from Europe. (Mary M. Voigt/Gordion Project)
Adjacent to the building and within the stone wall, we found a potter's house and workshop dating to the site's initial Galatian settlement. Inside this building, constructed of wattle and daub on a stone foundation, were clay loom weights, paint pots, storage jars, and a stone mortar, all still in place. On a hard-packed, well-trodden area between the workshop and the monumental building we found a toppled stone sculpture, a schematic human with faces on two opposing sides. The Gordion head is crudely carved, but its form replicates more sophisticated double-faced or "Janus" figures found at Celtic sites in Europe. The meaning of the Janus figures is not known, but the Gordion faces have the T-shaped brow and nose common on such heads. A silver coin found near it dates to the third century B.C. The construction of a monumental stone building within the earliest Galatian town indicates that Gordion's new Celtic rulers were ambitious, and able to mobilize a significant labor force. We do not know the cause or the date of abandonment of this first settlement (live by the sword?), but during the late third or early second century Galatian Gordion was rebuilt.
In the second settlement, new houses were erected on the old foundations. The monumental building was still impressive, but the nearby wall had been dismantled. A huge trench left when its stone blocks were removed was filled with earth and refuse. DeVries identified this second settlement as the one destroyed by a Roman army led by Consul Manlius Vulso in 189 B.C., as recounted by Livy. During the destruction, the large stone building burned fiercely, bringing down its tiled roof. The nearby, rebuilt workshop was thoroughly ransacked. Pots, clay figurines, and even figurine molds were smashed into small pieces and scattered, presumably by soldiers looking for valuables. The Romans' success perhaps accounts for the scarcity of metal finds in this building. Preserved in a small pit within the structure were a few more valuable items, including a small bone lion with a flat back that was probably used as an inlay.
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In 189 B.C., Roman troops pillaging Gordion left smashed pottery strewn across floors, including a painted bowl reconstructed from the debris. (Mary M. Voigt/Gordion Project)
These finds confirm and strengthen the picture of Galatian Gordion suggested by DeVries. What is striking is the juxtaposition of Greek and Celtic customs illustrated by new evidence for Galatian religious practices. On the mound, the workshop next to the monumental building produced figurines totally Greek in style that were presumably used in household ritual; figures of Greek deities such as Nike and Kybele were also found by Rodney Young. But off the mound we found remains left by very different rituals--chilling evidence of strangulation, decapitation, and bizarre arrangements of human and animal bones. Such practices are well known from Celtic sites in Europe and are now documented for Anatolian Celts as well.
In 1993, we began excavating in two parts of Gordion's lower town. South of the citadel mound, this part of the site had been heavily fortified beginning in the eighth century B.C. By the third century, the houses that had covered it had been abandoned, but heavy mud-brick walls with stone foundations were still standing. Within our trenches in area A, in the eastern part of the lower town, we found five bodies strewn across an outside ground surface that was dotted with small pits and trash, including rare sherds dated to the third century B.C. The bodies had been left exposed, and eventually were covered by a thin layer of silt eroded from the fortification walls.
We found the first body only inches below the surface. There was no evidence of damage to the skull or neck of this 20-35-year-old male, who lay sprawled face down. A second male, 30 to 45 years old, lay on his right side, his head twisted back and away from his torso, and his spinal column clearly broken as a result of a neck injury that presumably caused his death. To the north of the two men, a 15-20-year-old female, who also had a broken neck, lay on her right side. A fourth individual, a woman over 50, shows no signs of violence, but the position of her body suggests that she was tossed (rather than carefully laid) in a convenient pit.
We do not know the precise date of area A's grimmest deposit, the remains of four people thrown into a deep pit. Even if this burial group were later, their treatment is undoubtedly linked to ritual practices that began in third-century Gordion and would represent continuity of Celtic traditions after the town became part of the Roman province of Galatia. The uppermost body was that of a 30-45-year-old female who had been struck by two blows, which fractured her skull. Perhaps these blows did not cause her death, since she was also strangled, as a catastrophic angle in mid-neck attests. Beneath this body was that of a younger woman, aged 18-23 years. She shows no skeletal damage, but two heavy grinding stones weighing down her upper body do not suggest a peaceful interment. Resting to the west of the two women were the bones of a child aged 2-4, its preserved leg detached and reversed so that the knee rests where the hip should be. Because the entire body was disturbed and only partly present, we initially thought that much of the disturbance of small, light bones could be attributed to rodent activities. This relatively rosy picture disappeared when we found that the jaw, which appeared to belong to the cranium of the 2-4 year old, actually came from a 4-8-year-old child. Two neck vertebrae and a single foot bone also appear to be from this older child. It seems most likely that the children had died before the two women and that their bodies had decomposed, perhaps lying on the surface. We do not know why they were later deposited with the women.
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The uppermost of these two women had suffered blows to the head and a broken neck; large grinding stones had been placed on top of the lower woman. (Mary M. Voigt / Sondra Jarvis and Carrie Alblinger, Gordion Project)
It is clear that several of the people whose remains we found in area A died violently, with strangulation the most common cause of death, whether by hanging or garotting. All of these people were presumably "sacrificed," but we cannot determine the exact circumstances. One possibility is that they were killed as part of Celtic divination rituals. Greco-Roman sources report that the Celtic religious leaders, or Druids, were prophets who killed humans in order to discern the future as revealed by the dying victims' movements. The Gordion victims could have been war captives--a category of people used in divination, but sometimes simply slaughtered.
Excavation in area B, in the western part of the lower town, revealed clusters of human bones from bodies that had been dismembered. The remains, co-mingled with animal bones, were then carefully rearranged, sometimes in symmetrical patterns, on an outside ground surface with shallow depressions. A small number of sherds on this surface indicate that the area was in use during Hellenistic times, and two distinctive ones place it within the third century B.C. Again, only silt eroded from the fortification walls covers the bone deposits. Bone cluster 1 is the most complex. At the top was the skeleton of a young woman aged 16-21, but where her skull should be there was instead a lower jaw of an adult male over 50, the only bone of this person in the deposit. Beneath the young woman was a 35-45-year-old female whose legs had been detached and placed on either side of her torso. When we excavated bone cluster 1 we thought that the lower woman had been strangled because of the distorted angle within the spinal column. Analysis of the bones showed that we were dead wrong. Instead, the skull and first five vertebrae of the young woman had been placed at the top of the older woman's spinal column. Decapitation is obvious. There are no cut marks on the human bone, but placed around the young woman's feet were animal bones bearing cut marks from butchery. The skull of a 20-35-year-old male was found in bone cluster 2. Decayed wood in the opening at the skull's base through which the spinal cord passes suggests that this individual's severed head had been mounted on a wooden stake for display, a practice documented in Celtic Europe. Scattered around the skull were fragments of an ass's lower jaw, a pig's lower jaw, a cow's upper jaw, two cow pelvic bones, and the foreleg of a dog.
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Mixing of bones from different individuals was common in the Galatian burials at Gordion. Here, the jaw of one individual was placed at the top of another's spine. (Mary M. Voigt / Sondra Jarvis and Carrie Alblinger, Gordion Project)
In bone cluster 4, the skull of a teenager 12-17 years old was carefully placed above a dog skull, pelvic bone, and leg bones. At the bottom of this pile, which rested within a shallow depression, was a human pelvic bone from a 20-35-year-old male. Heavily weathered, it probably lay on the surface for some time before the rest of the bones were placed above it. The teenager, whose sex could not be determined with certainty, had been decapitated; this is clear not only from the fact that the first two vertebrae were still in place beneath the skull, but from damage to the vertebrae consistent with a butchery pattern found in animals, in which the neck is weakened by cutting to the point where it can be forcibly snapped to crack through the bone and remove the head.
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A large deposit of animal bones with a few human remains mixed in, bone cluster 3 may be the remains of a Celtic autumn feast. (Mary M. Voigt/Gordion Project)
The largest deposit, bone cluster 3, consists of a few human bones, and over 2,100 animal bones and fragments. Three humans are present. A 4-8-year-old child is represented by a lower jaw and some cranial fragments. A fragmentary right pelvic bone came from an adult female aged 35-39, and a pair of pelvic bones represent an adult male aged 40-44. A sacrum (the fused vertebrae forming the back of the pelvis) and several long bones could belong to either adult. The human bones are cracked from weathering and the pelvic bones were gnawed by carnivores--signs that they were exposed on the surface for some time. More startling is a distinctive "spiral fracture" on a femur (probably from the male), which can only happen if the bone is fresh when broken. The shaft of the femur is one of the strongest parts of the skeleton, and to fracture it requires great force; today this type of fracture in an adult most commonly occurs from high-energy collisions such as a car crash. In this case, there is little that could have generated the twisting force great enough to cause such a spiral fracture except a fall from a great height or a direct blow near the time of death. Given that the bone is separated from the rest of the skeleton, a blow seems more likely, and this may be evidence of the offering of marrow to the spirits, a Celtic practice documented by textual evidence from Europe.
The distribution of body parts represented in bone cluster 3 is revealing. For humans, cranial fragments and pelvic bones predominate. Marks produced by carnivore teeth suggest that the pelvic bones bore meat when they were thrown into this bone pile. A similar pattern is found for horse and pig, both of which had symbolic value for Celtic groups, and in this case they are treated like people rather than like other animals. Bones of domestic cattle, sheep, goats, and ass are far more common, and the distribution of their body parts is more "normal" for animals used as food. If bone cluster 3 represents the remains of a feast, what happened to the three humans in this deposit? A well-known image from the Gundestrop cauldron, a large silver vessel found in Denmark that depicts deities and people and is usually attributed to the Celts, may provide an answer. One of the figures, twice the size of the horsemen and foot soldiers arrayed before him, is dunking a human into a large pot!
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The Gundestrop cauldron; detail shows a man being put into a cauldron (Malene Thyssen, Wikimedia)
We might also use European parallels to speculate about the timing of the feast. Based on their age at death, the animals in this large deposit were slaughtered in the fall. And it was in the fall that Celtic groups in Europe celebrated Samhain. Around November 1 each year, herds of domestic animals were brought from their summer pasture and culled, the herdsmen slaughtering weak animals that could not survive the winter. Celts believed that during Samhain the barriers between the natural world and the spirits broke down, and the veil between the present and the future was most transparent. Rituals were performed to foretell future events through various forms of divination, and it may not be too far a stretch to associate bone cluster 3 with this Celtic festival, which we still celebrate as Halloween.
The human and animal remains in area B document the Galatians' display and manipulation of human heads, a trait well known from texts and archaeological finds in Europe. While these heads are presumably trophies collected by the warrior elite, the importance of another male role, herding, is suggested by the animal remains in bone cluster 3. Both male and female victims, however, played an important role in the rituals conducted.
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Stone foundations from the Galatian settlement at Gordion belie earlier interpretations of the site as a poor farming community. (Mary M. Voigt/Gordion Project)
Our view of Galatian Gordion has changed considerably over the past few decades. The picture of a simple farming community has been replaced by one of a prosperous town. But when the Galatians settled permanently in central Anatolia, they did not simply shed their old ways and adopt those of the native peoples (presumably Hellenized Phrygians in the case of Gordion), as our discoveries of sacrificial ritual involving humans as well as animals have shown. Major questions remain. For example, was the Galatian presence limited to a religious and military elite or did they form a larger segment of the population that gradually integrated with the local peoples? Our next step will be to compare the material culture of the pre-Galatian and Galatian settlements. If we can then distinguish immigrant from indigenous households, we should be able to discuss issues of ethnicity as well as the ways in which a farming and herding people adapt and prosper in an environment very different from that of their homeland.
Jeremiah R. Dandoy has been the Gordion Project's zooarchaeologist since 1994. Page Selinsky is a doctoral candidate in anthropology at the University of Pennsylvania, focusing on skeletal biology and molecular anthropology. Mary M. Voigt is Chancellor Professor of Anthro-pology at the College of William and Mary. In 1987 she became associate director of the Gordion Project in charge of excavation and survey. The authors would like to thank G. Kenneth Sams, director of the Gordion Project; T. Cuyler Young, Jr., head of the Royal Ontario Museum team; and Keith DeVries.

LE SCRITTURE DELL’ANTICA CRETA

Nell’età del Bronzo l’isola di Creta fu sede di una fiorentissima cultura, il suo successo era fondato essenzialmente sul controllo di una vasta rete di scambi commerciali nell’area egeo-anatolica.
Nel 1450 a.C. Creta venne invasa dai greci micenei: tutti i palazzi vennero distrutti, tranne cnosso, che diventò sede di una dinastia greca.
Nel 1375 a.C. il palazzo miceneo di cnosso subì la totale distruzione.
Fin da un’epoca molto antica (22°-21° sec. A.C.) i cretesi elaborarono una forma di scrittura , nota con il nome di geroglifico cretese alla quale se ne affiancò un’altra con segni di forma stilizzata creata per un uso fondamentalmente contabile e oggi nota come lineare A.
I cretesi si possono considerare gli inventori delle più antiche scritture d’Europa.
La lineare A è un sistema scrittorio creato a Creta, ma diffuso in tutta l’area egea; e venne abbastanza presto adottata e adattata come forma di scrittura dalle popolazioni greche del continente e adattata alla trascrizione dell’antico dialetto greco oggi noto come lineare B, che si è rivelata, grazie alla decifrazione, un sistema di scrittura sillabico.
Il minoico è un’altra di quelle antiche lingue “mediterranee” non classificabili in famiglie note.

2- Sistemi scrittori connessi e derivati

Il sillabario cretese è alla base della cosiddetta “scrittura cipro-minoica”.
In seguito ai grandi spostamenti di popolazioni dell’inizio del 12° sec. A.C., sappiamo che da Creta un gruppo di profughi sbarcò in Palestina, in regioni frequentate dai Filistei.

3- Documentazione minoica

Partendo da una presentazione generale degli antichissimi sistemi di scrittura, geroglifici e lineari, di Creta, tuttavia ci si soffermerà nell’analisi della documentazione in lineare A.
Presenta rispetto al geroglifico cretese il vantaggio di una più abbondante documentazione di una lettura motivatamente fondata sui segni B.

4- Confronto “funzionale” tra lineare A e lineare B

I dati di partenza oggettivi di cui disponiamo si possono riassumere:
  1. il repertorio grafematico della lineare B è composto da sillabogrammi notanti solo le sillabe aperte; le regole ortografiche per la trascrizione di sillabe complesse o chiuse, si basano essenzialmente sulla regola della “vocale quiescente” e su quella della mera omissione delle consonanti.
  2. i testi di lineare B di carattere archivistico e contabile; lineare A si dispone alcune tavolette e pochi testi di carattere non amministrativo.
LINEARE A: per la notazione del minoico questa lineare è più adeguata ed è stata creata ad hoc appositamente per questa.
Ha un sillabario semplice notante solo le sillabe aperte, creato intorno alla lingua minoica.
LINEARE B: Questo tipo di lineare è più indicata al greco miceneo anche se altro non è che un adattamento del sillabario minoico alla trascrizione del greco. Non esistono documenti redatti con questo tipo di lineare che non appartengano al genere amministrativo.
Questo tipo di lineare è estremamente ambiguo e non è adatto alla trascrizione di testi letterari, religiosi, storici, ecc… ma tuttavia è sufficiente per notazioni di tipo contabile ed archivistico.
Il sillabario cipriota classico (che come la lineare b scrive una varietà di greco), e le sue regole ortografiche consentivano la redazione di testi lunghi e comprensibili, venne dunque utilizzato per trascrivere il dialetto greco.

CAP. 2 LA SITUAZIONE ETNOLINGUISTICA DEL MEDITERRANEO ORIENTALE ALLA FINE DELL’ETA’ DEL BRONZO

La fine dell’età del Bronzo costituì un momento straordinario per l’assetto etnolinguistico del bacino Mediterraneo.
I “popoli del mare” cercarono più volte di conquistare l’Egitto, in accordo con l’impero Ittita.
Dopo il 1190 a.c. la capitale degli ittiti venne distrutta e incendiata e questo grande impero indoeuropeo fu spazzato via. Anche se la lingua ittita si estinse nelle parti occidentali dell’impero non subirono uno scossone tanto violento.

CAP. 4 LA LINGUA MINOICA

  1. L’interpretazione del minoico

Si sono sperimentate alcune strategie per cercare di individuare probabili toponimi per avvalorare l’identificazione di alcuni suffissi e per raccogliere il materiale presumibilmente non onomastico della lingua minoica di cui attualmente disponiamo.
Non pochi elementi onomastici attestati in lineare b sono senz’altro pregreci e anche alcune unità lessicali potranno essere impegnate per utili confronti.

  1. Dati statistici ed elementi morfematici

Sulle tavolette d’archivio in lineare a non troviamo né frasi lunghe e complesse né descrizioni dettagliate  come in lineare b.
Al contrario i documenti “non amministrativi” presentano frasi abbastanza lunghe e articolate anche se poco o per niente analizzabili.

  1. Antroponimi in A-RE

Una caratteristica dei testi redatti in lineare a è la presenza di una classe di termini uscenti in a-re. In nessun caso il contesto esclude o rende improbabile il valore di antroponimo per una parola in a-re, questo valore è comunque preferibile a quello di toponimo, in pochi casi il valore di antroponimo è l’unico soddisfacente.

  1. Elementi non onomastici

Le “parole funzionali” sono state isolate, sulla base delle loro particolari posizioni nei contesti dei documenti archivistici, esclusivamente nei testi amministrativi, rinviando l’analisi del materiale desumibile alle formule dedicatorie sulle “tavole della libagione”; i termini non onomastici che possiamo ottenere da un esame di tutti i testi in lineare a.
Tavoletta PH6
Fu trovata nel palazzo di Festo, databile nel XIX sec. A.c. ha un contenuto di carattere non amministrativo.

CAP. 8 LE FORMULE DEDICATORIE DELLE TAVOLE DELLA LIBAGIONE E I TESTI “NON AMMINISTRATIVI”

  1. I testi “non amministrativi”

Il mondo minoico vive diversamente il rapporto fra la scrittura e l’oralità, la scrittura vi appare assai presente.
All’interno della documentazione in lineare b, esisterebbe un solo testo concepito per l’espressione di un’esigenza individuale, il ciottolo di Kafkiana sul quale sono state avanzate da subito le più grandi riserve.
Lo spillone di Mavro Spillo frammento di vita affettiva del Tardo Bronzo.

  1. La “formula primaria” della libagione

Un’importante gruppo di testi ci consente di ricostruire la formula dedicatoria minoica “standard”. Le strutture formulari possono essere organizzate sul contrappunto fra una “formula primaria” e una “secondaria”, cui poi possono aggiungersi altri elementi di variabilità. Le varie componenti “fisse” possono talvolta essere sostituite da forme leggermente  varianti o ampliate da altri gruppi o, addirittura, mancare del tutto.
L’elemento variabile X è sempre diverso nella forma, ma è evidentemente costante nella posizione, un elemento onomastico, verosimilmente un antroponimo nella maggioranza dei casi, o comunque di un’espressione che identifica il dedicante.

  1. la “formula secondaria” della libagione

(E’ molto difficile da mettere come schema… sul libro ci sono gli esempi di frasi tratte dalla libagione.)

  1. lo spillone di Mavro Spillo

Lo spillone appartiene con ogni verosimiglianza ad un’acconciatura femminile ed è stato accolto nell’arredamento funebre della proprietaria.

Lineare A XIX - XIV sec. a.C

I documenti in “geroglifico” cretese sono attestati fra il XVIII e il XVII sec. a.C. Il “geroglifico” cretese e la lineare A sono dunque due scritture in parte contemporanee. Il fatto che solo il 20% circa dei sillabogrammi delle due scritture siano omomorfi tende a escludere un processo di filiazione. La somiglianza dei logogrammi e dei segni per le cifre e le frazioni, viceversa, testimonia un’influsso reciproco in ambito contabile. Non è chiaro perché per un certo periodo di tempo a Creta siano state utilizzate due scritture distinte per scopi simili. Ancora meno chiaro è perché in un paio di casi (a Mallia e forse a Cnosso) testi redatti nelle due scritture siano stati trovati nello stesso archivio.

Cretule e oggetti sigillati. Strumenti plurifunzionali e interculturali: dall’amministrazione alla laudatio funebris

Convenzionalmente, come è noto, per cretula si intende un grumo di materiale plasmabile (argilla, gesso, ceralacca, sterco, ecc.) recante una o più impronte di sigillo, applicato su, o pendente da oggetti che devono essere tutelati e/o garantiti per se stessi o per il loro contenuto.
Sin dalle sue prime manifestazioni nel neolitico del Vicino Oriente la cretula è stata utilizzata con questa funzione di strumento per la gestione economica dei beni. A Sabi Abyad in Siria nel VII millennio a.C. sono state ritrovate cretulae impiegate nei magazzini.
In seguito, si moltiplicano gli impieghi del sigillo facendo aumentare le funzioni e i significati della cretula, che, pur rimanendo sempre in ambito giuridico amministrativo e conservando, accanto ad altri, il significato di controllo, risponde alle nuove e diverse esigenze che si presentano in sistemi di controllo sempre più complessi.
A partire dalla primitiva applicazione della cretula su oggetti, si verifica una proliferazione delle sue forme, che si differenziano non solo per l'aspetto fisico ma anche per il loro significato amministrativo.
La cretula acquisisce anche la funzione di autenticazione di documenti.
Il consistente numero di tipi di cretulae di varia forma e dimensione indicano la crescente complessità delle procedure e delle modalità di controllo amministrativo, così che diviene cruciale riconoscere e definire queste tipologie, dando ad esse appropriate denominazioni, per poter approfondire non solo lo studio degli antichi sistemi amministrativi e contabili, ma anche i variegati e specialistici impieghi.
Anche se l'impostazione politica contingente dei sistemi economici che hanno utilizzato la cretula nella loro gestione costituisce un elemento di discontinuità, lacretula continua nel tempo come elemento neutro di gestione e strumento di ragioneria, mantenendo quasi invariate le modalità di base della sua applicazione e la maggior parte dei suoi usi amministrativi. Alcuni di questi usi, come quello, ad esempio, di documentare le transazioni, vengono persi con il passare del tempo, e sostituiti in tutto o in parte da altre funzioni.
Con l'apparire della prima attività scrittoria, l'utilizzazione della cretula subisce modifiche e si specializza. Ma gli usi basilari intrinseci alla cretula (garanzia di sicurezza e attribuzione di responsabilità) permangono con modalità invariate fin nei particolari e durano nel tempo. Il sistema, per la perfezione ragionieristico contabile, può essere efficacemente utilizzato nei suoi concreti aspetti operativi anche in totale assenza di scrittura.
Questa caratteristica permette alla cretula di essere impiegata nei magazzini di distribuzione, in piena epoca scrittoria, come nei tempi di prescrittura sia per la sua funzione di sicurezza, sia nei casi in cui la scrittura risulti superflua ai fini della contabilità limitata ad un solo anno amministrativo.
La scrittura, pur non essendo indispensabile nella gestione annuale ed elementare dei magazzini, permette una più ampia utilizzazione della cretula in campi vastissimi che vanno dalla gestione dei beni in distribuzione alle autenticazioni documentarie.
Ad Ayanis si trovano contemporaneamente le differenti tipologie di cretulae: 1 a partire da quelle poste su contenitori a garanzia del contenuto e con valore di ricevuta attestante un prelievo una volta rimosse dal loro supporto, a quelle pendenti o poste su documenti. Queste ultime sono diffuse in tutto il mondo antico, da Creta2a Ugarit,3 a Cartagine,4 all'Egitto e alla Nubia.5
In epoca romana, il termine latino cretula, come diminutivo di creta usato in più occasioni anche da Cicerone, si riferisce alla creta bianca impiegata dai romani per suggellare.6
Mentre da un lato si perdono alcune delle molteplici funzioni che la cretula aveva assunto nella sua prima affermazione in epoche arcaiche, dall'altro il suo uso si estende a situazioni e contesti nuovi, forse meno intrinsecamente legati alla gestione primaria dell'amministrazione economica, ma indicanti il grande valore giuridico che le viene attribuito ancora in periodi classici e post classici.
Ad esemplificazione di questo desidero qui presentare un uso particolare e poco indagato di cretulae in epoca romana: quello funerario.
fig. 1. Leptis Magna (Libia), tomba di Khoms, cretulae trovate insieme con i resti di incinerati nelle anfore 1343 e 1345 con la stessa impronta di sigillo: LF AL. fig. 2. Leptis Magna (Libia), retro delle prime due cretulae illustrate a fig. 1 e relativi calchi.
Si tratta di 8 piccoli nuclei di argilla, provenienti da sepolture situate nei pressi di Leptis Magna in Libia (figg. 1, 2), che hanno sigillato documenti di papiro, non arrotolato, ma legato con cordicelle che creano delle pieghe sull'elemento sigillato. Le cretulae apposte su questi documenti garantiscono che il documento giunga sigillato sul luogo dove sarà incinerato insieme con il corpo del defunto. Il sigillo certamente appartiene al titolare che è responsabile della garanzia contro ogni manomissione.
Nel 1975 fu trovata la tomba 5 a incinerazione nel sito dove attualmente sorge l'ospedale di Khoms nella zona sud occidentale di Leptis. In una olla di vetro appartenente alla tomba, tra i resti combusti, fu trovata la cretula TV ex 61. Si tratta di una piccolissima cretula di mm 20,1 × 15,1 × 8,1 di argilla depurata di colore beige-grigiastro. È stata sigillata con una gemma di diametro mm 10,2 circa con l'immagine di un coccodrillo posante su un elemento orizzontale simile ad un'asta. Sul retro vi sono le impronte di 3 giri di corda poco ritorta che racchiudono un elemento di diametro mm 6 circa, con delle pieghe. Non è molto chiaro quale sia il materiale sigillato, tuttavia, in un punto, sembrano visibili le impronte di papiro. L'immagine di coccodrillo sul sigillo ci porta a considerare un suo rapporto con usanze funerarie in Egitto e in Nubia.7
La forma è del tutto simile alle altre cretulae trovate durante la campagna di scavo, condotta dalla III Università di Roma a ovest della città di Leptis Magna, diretta dalla prof. Luisa Musso, in località wadi Rsaf che ha portato alla luce, tra l'altro, importanti resti di una necropoli della prima metà del II sec. d. C.
Essa era situata lungo un asse stradale che collegava Leptis al suo territorio costiero nei pressi della foce del wadi Rsaf. Le sepolture a incinerazione erano situate all'interno di un ipogeo.
In esse urne e anfore funerarie contenevano i resti dell'incinerazione: ceneri, ossa combuste, cretulae, etc.8
La procedura di apporre la cretula su quello che verosimilmente è un documento di papiro è sempre la stessa: il piccolissimo nucleo di argilla è posto su alcuni giri di corda che stringono il documento; uno o più giri di corda sono posati poi sopra l'argilla che viene ripiegata in modo che la corda negli ultimi giri venga a trovarsi all'interno della cretula. In ultimo il sigillo viene posto sulla parte ripiegata. In tal modo era impossibile aprire il documento senza rompere la cretula.
È interessante notare come nell'anfora 1345 vi fossero 4 cretulae, con lo stesso sigillo, trovate con frammenti di ossa che attaccano e completano quelle trovate nell'urna 1366 (cioè i femori sono ricomposti con frammenti provenienti dai due contenitori). Si tratta di un defunto maschio di nome Marcus Livius Crescens di 18 anni. Presentava denti caduti ante mortem.9
La nº 1 è stata trovata nell'anfora 1345 con le altre 3 cretulae con lo stesso sigillo; si tratta di una piccola cretula a forma di parallelepipedo di mm 15,4 × 17 × 11,1 con impronte digitali su quattro facce. Sul recto vi è l'impronta di un sigillo ovale ad anello di mm 14 × 8 con le lettere LF AL e al centro un "caduceo". A lato delle lettere LF si vede l'impronta dell'attacco dell'anello. L'argilla è stata posta su tre giri di sottile corda che trattengono il documento; poi, sull'argilla stessa, la corda è stata avvolta altre due volte; infine l'argilla è stata ripiegata sulle corde, di cui si vedono i due fori di uscita su due lati, e poi sigillata (fig. 1a).
Il documento doveva essere di piccole dimensioni e non arrotolato su se stesso perchè vi sono delle pieghe di un materiale rigido con sottili striature che sembrano tracce di papiro. Il diametro dei giri di corda è di circa mm 10, il diametro della corda meno di un millimetro.
La nº 2 trovata con la nº 1 nell'anfora 1345, è una piccola cretula, mm 19,5 × 22 × 15, intera, di argilla molto depurata di colore giallino chiaro con impronte digitali, pieghe e legamenti molto sottili (circa mm 0,8 di diametro). Sul recto chiara impronta di sigillo ad anello (la stessa della cretula nº 1, ma più netta e completa). A sinistra delle lettere LF si vede in modo più pronunciato l'attacco dell'anello. Sui lati vi sono chiare impronte digitali. Sul verso si vedono giri di corda e un groviglio del legamento. Vi sono anche tracce di papiro. La creta è stata ripiegata su uno dei giri di corda che ha lasciato due fori di uscita (fig. 1b).
La nº 3, trovata nell'anfora 1345, è una piccola cretula senza impronta di sigillo visibile, molto depurata di colore grigiastro. Si vede invece l'impronta della punta di un dito con l'unghia cortissima. Sembrerebbe sia stata posta sullo stesso documento sigillato con la cretula nº 1. Era già un po' indurita al momento della sua applicazione. Sul retro vi è l'impronta di papiro con due giri di corda sottile.
La nº 4 trovata sempre nella stessa anfora, è una piccola cretula piatta senza impronta di sigillo. Probabilmente era accoppiata alla cretula nº 2 con sigillo.
La nº 5 (fig. 1c) trovata nell'anfora 1343, è una piccola cretula integra, molto simile come forma alla nº 1. La tecnica per sigillare il documento è sempre la stessa: il piccolo nodulo di argilla era pressato sui primi due giri di una corda sottile, su di esso vi erano altri giri di corda poi ricoperti dall'argilla ripiegata e pressata. Su di essa vi era poi l'impressione del sigillo ad anello con le lettere LF AL. Molto nette le impronte digitali uguali a quelle della cretula no 6.
La nº 6 (fig. 1d) è una piccola cretula integra del tutto simile, sia nella forma sia nella procedura per ottenerla, alle cretulae nº 1 e 5. L'impronta è ottenuta con lo stesso sigillo LF AL con l'impronta digitale uguale al quella della nº 5.
La nº 7, trovata nell'anfora 1343, è una piccola cretula piatta con impronta di sigillo ad anello ovale. Non reca tracce di corda. Nell'ovale vi sono le lettere MVC.
Per ottenere l'impronta diritta sulla cretula, le lettere incise sul sigillo dovevano essere invertite.
Per ora non si hanno notizie di ritrovamenti di cretulae nelle altre necropoli leptitane.


fig. 3. Crotone (Calabria), cretulae inv. 102411 recanti la stessa impronta di sigillo: LF Dia
È invece interessante esaminare analoghi ritrovamenti di piccole cretulae straordinariamente simili a quelle leptitane e della stessa epoca, in alcune sepolture di Locri Epizephiri10 e di Crotone. È interessante non solo sottolineare la forma del tutto analoga di queste cretulae, ma soprattutto il fatto che cretulae di Crotone11 (fig. 3) sono state sigillate dallo stesso sigillo che è stato apposto sullacretula di Locri. Si tratta di un sigillo ad anello con lettere incise da destra a sinistra nel sigillo che risultano, quindi, rovesciate nell'impressione sullecretulae.
La distanza fra i due ritrovamenti non solo fa escludere che si tratti di cretulae sigillate con il sigillo del defunto, ma fa pensare invece a persone incaricate di sigillare documenti, inerenti le sepolture, che dovevano raggiungere sigillati e intatti il rogo dove venivano bruciati insieme con il corpo del defunto.
La stretta somiglianza delle numerose cretulae trovate a Locri e a Crotone, alcune addirittura con lo stesso sigillo, a conferma tra l'altro della contemporaneità dei manufatti della stessa epoca trovate sulla costa leptitana, suffraga l'ipotesi che si tratti di un'usanza funeraria consueta e diffusa nel Mediterraneo tra la fine del I e il II sec. d. C.
L'articolo pubblicato da Federico Barello sulla cretula di Locri Epizefiri offre alcune ipotesi assai interessanti. Tuttavia, forse, soltanto studi approfonditi delle fonti o in altri campi, come quello giuridico o religioso, potranno darci una completa risposta sulla qualifica dei titolari dei sigilli apposti su cretulae funerarie e sulla loro precisa funzione.
Si può intanto ipotizzare che le lettere L F, presenti sia sulle cretulae di Leptis sia su quelle calabresi, rappresentino un riferimento a qualcosa di costantemente associato a quel rituale funerario, e che siano da connettersi con la "Laudatio funebris". In questo caso esse si riferirebbero alla funzione svolta in ambito funerario dai titolari dei sigilli le cui iniziali, sia a Crotone, a Locri e a Leptis Magna compaiono dopo le lettere riferite alla Laudatio Funebris: Questi sarebbero stati addetti alla redazione del documento con la laudatio, che veniva sigillato e poi combusto con il corpo del defunto. Le cretulae venivano poi recuperate e conservate con le ceneri dell'incinerato in anfore o contenitori vitrei.
In questo modo la cretula testimoniava che il documento sigillato aveva raggiunto il rogo insieme con il defunto.
Sarebbe auspicabile un esame dattiloscopico al fine di verificare l'eventuale identità delle impronte digitali presenti sulle cretulae delle due località calabresi impresse dallo stesso sigillo.
A questo proposito desidero sottolineare l'importanza dell'esame delle impronte digitali sull'argilla, in quanto esse possono fornire molte indicazioni sul procedimento e sulla modalità di imprimere il sigillo, come ad esempio la possibilità di riconoscere se una sola persona avesse formato la cretula e impresso il sigillo o se vi fosse un addetto diverso ad ognuna delle due operazioni.
Una buona esperienza a questo proposito è stata fatta in collaborazione con la dattiloscopista della Polizia Scientifica di Roma Anna Cotichini12 sulle cretulae di Haghia Triada a Creta, dove si è potuto individuare un'unica persona che aveva lasciato le proprie impronte su numerose cretulae recanti lo stesso sigillo. Lecretulae in questione sono dell'epoca Tardo Minoica dei II Palazzi cretesi e sono conservate presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico "Luigi Pigorini" di Roma.
Enrica Fiandra