venerdì 16 dicembre 2011

IL MESOLITICO DELL'ITALIA SETTENTRIONALE

Le industrie litiche.

La scoperta di siti mesolitici in Italia settentrionale è piuttosto recente: in particolare i lavori di sbancamento delle grandi conoidi detritiche della Val d'Adige hanno portato alla luce imponenti sequenze stratigrafiche alla fine degli anni Sessanta.
La più importante è sicuramente quella di Romagnano  Loc III (TN) che, in più di 8 metri di spessore, conserva tracce di occupazione, che vanno dal Mesolitico all'età del Ferro. Lo scavo, eseguito durante gli anni Sessanta, ha consentito di studiare l'evoluzione delle industrie dal Sauveterriano antico sino al Neolitico; si è così ricostruita una sequenza relativa di riferimento, a cui è stato possibile associare datazioni assolute ottenute attraverso il metodo del 14C. Altre scoperte si sono susseguite nella Val d'Adige, nei fondovalle alpini e in siti d'alta quota dell'Italia nord-orientale, grazie soprattutto a sistematiche ricerche di superficie; meno conosciuta risulta invece l'area occidentale, interessata solo di recente da ricerche mirate all'individuazione di siti mesolitici.
Le industrie.
Laddove livelli di occupazione mesolitici si trovano stratificati al di sopra di depositi del Paleolitico finale (es. riparo di Biarzo -UD-, Grotta  della Madonna di praia a Mare  -CS-, Grotta della Serratura -SA-) è possibile cogliere una derivazione dei complessi mesolitici da quelli epigravettiani più evoluti. Si nota un forte sviluppo del microlitismo, con strumenti geometrici  standardizzati di dimensioni ancora più piccole rispetto a quelli dell'Epigravettiano, punte a due dorsi convergenti, dorsi e troncature, ottenuti con la tecnica del microbulino e utilizzati come armature modulari per frecce ed arpioni. Anche in Italia è possibile distinguere complessi di tipo Sauvetarriano e Castelnoviano. Le principali sequenze stratigrafiche per lo studio dell'evoluzione delle industrie durante il Mesolitico sono quelle della Val d'Adige: Romagnano Predestel, Vatte di Zambana e Riparo Gaban (TN). Altre sequenze stratigrafiche rilevanti sono fornite dal Riparo Soman (VR), con livelli di occupazione che vanno dall'Epigravettiano finale al Neolitico, dalla grottina dei Covoloni del Broion, sui Berici (VI), e da alcune grotte del Carso triestino ( Grotta Azzurra, Grotta dell'Edera, Grotta della Tartaruga).
Industrie sauvetariane sono state individuate oltre che nel bacino dell'Adige, nelle Dolomiti bellunesi e nel Carso, anche nell'area nord-occidentale (Alpe Veglia -NO- e Liguria) e in alcuni siti delle Alpi Apuane e dell'Appennino Tosco-emiliano (isola Santa, Bagioletto -RE-). Sulla base della tipologia, tipometria e frequenza delle armature microlitiche è stato possibile suddividere il Sauvetariano in quattro fasi:
- S. ANTICO: (Romagnano III livv. AF-AE; Pradestel liv. M) 7950-7400 a.C. associazione di triangoli, per lo più isosceli, spesso a tre lati ritoccati, segmenti e punti a due dorsi lunghe;
- S. MEDIO: ( Romagnano III livv. AC3-AC9; Pradestel livv. H1-H2) 6550-6200 a.C. associazione di triangoli scaleni lunghi a base corta, ritoccati su tre lati, e punti a due dorsi corte;
- S. FINALE: ( Pradestel, liv. F; Vatte di Zambana) 6200-5800 a.C.
All'inizio del Castelnoviano (5800-4500 a.C.) i triangoli vanno scomparendo e si gha una trasformazione tecnologica caratterizzata da un affinamento nella tecnica di scheggiatura che consente di ottenere da nuclei piramidali lame molto regolari, utilizzate per la fabbricazione di armature trapezoidali con la tecnica del microbulino. Ai trapezi, spesso muniti di piquant trièdre, si associano lame e lamelle a incavi o a margini denticolati (lame Montbani), utilizzate, secondo alcuni autori, per decorticare i rami.
La fase finale del Castelnoviano (identificata nel liv. AA di Romagnano III e nel liv. A di Pradestel) vede la comparsa di frammenti ceramici ed è per tanto correlabile al Neolitico iniziale.
In generale si osserva l'uso di selce di buona qualità associata al cristallo di rocca delle Alpi Aurine. Parallelamente all'industria litica si sviluppa quella su osso e corno per la fabbricazione di arpioni, punteruoli, spatole e ascie.

IL MESOLITICO ED IL NEOLITICO III

A cosa servivano gli strumenti di pietra scheggiata.

La classificazione degli strumenti è una miscela di denominazioni convenzionali, in parte funzionali in parte puramente morfologiche. In realtà non sappiamo con precisione l'uso effettivo a cui erano destinati gli strumenti di pietra scheggiata. Si è sempre supposto che venissero utilizzati per tagliare la carne, confezionare le pelli e lavorare il legno. Gli studi sul significato funzionale delle microtracce d'usura hanno confermato questi diversi usi, ma non sempre in conformità alle denominazioni adottate dagli archeologi per gli strumenti. Le azioni più frequentemente evidenziate sono quelle di decorticazione, piallatura, lisciatura e sagomatura del legno e di taglio, scarnificazione e raschiamento delle pelli.
Le classificazioni comunemente impiegate per gli strumenti del Paleolitico Medio e Superiore, per il Mesolitico e poi anche il Neolitico e in parte l'età del Rame e del Bronzo, comprendono alcune famiglie e gruppi tipologici denominati: bulini, grattatoi, lame a dorso, punte a dorso, troncature, dorsi e troncature, becchi o perforatori, armature geometriche, punte foliate, raschiatoi foliati, punte, raschiatoi, denticolati, pezzi scagliati.
Per alcuni gruppi si possono proporre, in base a criteri puramente formali, al ritrovamento di strumenti immanicati, alle tracce d'uso e ai confronti etnografici alcuna funzioni.
Le lame e le punte a dorso dovevano essere strumenti da taglio, paragonabili ai nostri coltelli.
La parte attiva era il bordo naturalmente tagliente, mentre il dorso ottenuto con il ritocco erto aveva lo scopo di facilitare uno stabile inserimento in un supporto funzionante da manico o di permettere l'appoggio del dito durante l'uso dello strumento.
I bulini, caratterizzati da un robusto e stretto taglio trasversale come quello di uno scalpello, avevano la funzione di incidere legno, osso e corno per fare scanalature in modo da ottenere dei manici o supporti per immanicare altri strumenti di selce. I bulini servivano certamente anche per eseguire incisioni a scopo decorativo.
I becchi o perforatori dovevano essere utilizzati per fare dei fori in materiali come il legno, l'osso e la pelle. Le lame denticolate o con incavi servivano probabilmente per decorticare e squadrare il legno, ad esempio per preparare la aste di giavellotti o frecce. Si possono quindi assimilare allo strumento, in uso soprattutto nelle aree montane, detto scortecciatoio o coltello a due manici (in inglese draw-knife o spoke- shave).
I grattatoi sono caratterizzati da una fronte in cui il ritocco forma con la faccia ventrale della scheggia o della lama un angolo di circa 60° e servivano per operazioni di raschiatura, lisciatura e piallatura nella concia delle pelli e nella lavorazione del legno e dell'osso.
I grattatoi frontali lunghi possono essere stati utilizzati per raschiare pelli, rimuovere la corteccia dagli alberi, incavare legni od ossa, cioè per operare con un movimento avanti-indietro. I grattatoi frontali corti o circolari erano probabilmente strumenti per lisciare e piallare di uso generale. I grattatoi carenati a muso, in genere più grandi e più pesanti, erano utilizzati probabilmente come pialla per sgrossare. In questi casi il movimento era in avanti.
Tra gli strumenti più facili da comprendere in relazione al loro uso ci sono le punte destinate a essere immanicate come cuspidi di freccia o come lame di pugnale.

IL MESOLITICO ED IL NEOLITICO II

Diversificazione e alleggerimento degli strumenti.

La classificazione degli strumenti è una miscela di denominazioni convenzionali, in parte funzionali in parte puramente morfologiche. In realtà non sappiamo con precisione l'uso effettivo a cui erano destinati gli strumenti di pietra scheggiata. Si è sempre supposto che venissero utilizzati per tagliare la carne, confezionare le pelli e lavorare il legno. Gli studi sul significato funzionale delle microtracce d'usura hanno confermato questi diversi usi, ma non sempre in conformità alle denominazioni adottate dagli archeologi per gli strumenti. Le azioni più frequentemente evidenziate sono quelle di decorticazione, piallatura, lisciatura e sagomatura del legno e di taglio, scarnificazione e raschiamento delle pelli.
Le classificazioni comunemente impiegate per gli strumenti del Paleolitico Medio e Superiore, per il Mesolitico e poi anche il Neolitico e in parte l'età del Rame e del Bronzo, comprendono alcune famiglie e gruppi tipologici denominati: bulini, grattatoi, lame a dorso, punte a dorso, troncature, dorsi e troncature, becchi o perforatori, armature geometriche, punte foliate, raschiatoi foliati, punte, raschiatoi, denticolati, pezzi scagliati.
Per alcuni gruppi si possono proporre, in base a criteri puramente formali, al ritrovamento di strumenti immanicati, alle tracce d'uso e ai confronti etnografici alcuna funzioni.
Le lame e le punte a dorso dovevano essere strumenti da taglio, paragonabili ai nostri coltelli.
La parte attiva era il bordo naturalmente tagliente, mentre il dorso ottenuto con il ritocco erto aveva lo scopo di facilitare uno stabile inserimento in un supporto funzionante da manico o di permettere l'appoggio del dito durante l'uso dello strumento.
I bulini, caratterizzati da un robusto e stretto taglio trasversale come quello di uno scalpello, avevano la funzione di incidere legno, osso e corno per fare scanalature in modo da ottenere dei manici o supporti per immanicare altri strumenti di selce. I bulini servivano certamente anche per eseguire incisioni a scopo decorativo.
I becchi o perforatori dovevano essere utilizzati per fare dei fori in materiali come il legno, l'osso e la pelle. Le lame denticolate o con incavi servivano probabilmente per decorticare e squadrare il legno, ad esempio per preparare la aste di giavellotti o frecce. Si possono quindi assimilare allo strumento, in uso soprattutto nelle aree montane, detto scortecciatoio o coltello a due manici (in inglese draw-knife o spoke- shave).
I grattatoi sono caratterizzati da una fronte in cui il ritocco forma con la faccia ventrale della scheggia o della lama un angolo di circa 60° e servivano per operazioni di raschiatura, lisciatura e piallatura nella concia delle pelli e nella lavorazione del legno e dell'osso.
I grattatoi frontali lunghi possono essere stati utilizzati per raschiare pelli, rimuovere la corteccia dagli alberi, incavare legni od ossa, cioè per operare con un movimento avanti-indietro. I grattatoi frontali corti o circolari erano probabilmente strumenti per lisciare e piallare di uso generale. I grattatoi carenati a muso, in genere più grandi e più pesanti, erano utilizzati probabilmente come pialla per sgrossare. In questi casi il movimento era in avanti.
Tra gli strumenti più facili da comprendere in relazione al loro uso ci sono le punte destinate a essere immanicate come cuspidi di freccia o come lame di pugnale.

IL MESOLITICO ED IL NEOLITICO

GLI UTENSILI PREISTORICI IN PIETRA SCHEGGIATA



I più antichi gesti tecnici.

Per la preistoria più antica quando si viveva esclusivamente di caccia e raccolta (Paleolitico e Mesolitico), la documentazione archeologica è costituita soltanto da strumenti litici, fabbricati scheggiando e ritoccando determinate pietre. In realtà si utilizzava largamente anche il legno e a partire dal Paleolitico Superiore l'osso e il corno, ma la conservazione dei manufatti in materiale organico deperibile è estremamente rara, poiché richiede condizioni anaerobiche che in genere si presentano solo nelle torbiere.
Per fabbricare strumenti e utensili si sceglievano pietre che hanno la proprietà di sfaldarsi facilmente producendo spigoli taglienti, come ad es. la selce, il quarzo, il diaspro, l'ossidiana, il cristallo di rocca, e, in mancanza di questi, anche materiali meno adatti come ciottoli di lava, calcare o travertino. Il più importante di questi materiali è la selce, ampiamente diffusa in Europa e reperibile sotto forma di noduli o masselli in alcune formazioni geologiche e in depositi alluvionali o sotto forma di ciottoli nelle morene e nel greto dei fiumi. La selce è una roccia silicea di origine sedimentaria, prodotta dall'aggruppamento di resti silicizzati organogenici, come ad es. gli scheletri dei radiolari, ed è caratteristica delle formazioni calcaree giurassiche e cretaciche, mentre analoghe rocce silicee di formazioni geologiche differenti prendono il nome di "chert".
I processi di fabbricazione degli strumenti di pietra scheggiata mostrano una chiara evoluzione tecnologica nel corso del tempo, ma anche una grande unità e continuità attraverso il concatenamento e la filiazione delle varie tecniche. Le innovazioni aggiunsero operazioni tecniche nuove senza che quelle antiche fossero abbandonate.
La nascita dell'utensile si verifica tra 2,5 e 2 milioni di anni fa nell'Africa orientale ad opera dell'Homo habilis. Un ciottolo intenzionalmente scheggiato in modo da ottenere un margine tagliente costituisce il primo strumento artificiale, fabbricato da un primate bipede che classifichiamo proprio per questo fatto nel genere Homo e che si colloca sulla diretta linea ancestrale della nostra specie. Le più antiche industrie litiche, l'Olduvaiano e l'Acheuleano, hanno avuto una durata immensa, all'incirca un milione di anni ciascuna. L'Acheuleano, il cui autore è l'Homo erectus, si è diffuso in Europa a partire da circa 600-500 mila anni fa. Il gesto tecnico di queste più antiche industrie è quello della percussione diretta: un ciottolo o un nucleo vengono colpiti con un percussore di roccia dura in modo da staccare alcune schegge e creare un bordo tagliente corto e irregolare.
L'utilizzazione dell'impronta lasciata dallo stacco delle schegge come nuovo piano di percussione aprì la via alla fabbricazione di forme più complesse, con una sgrossatura più o meno completa di un ciottolo o di un nucleo in modo da ottenere un bifacciale di forma ovale o a mandorla. Alla sgrossatura per percussione diretta si aggiunse in seguito il ritocco con percussore tenero di legno duro, di osso o di corno, che consentiva di regolarizzare e affilare i bordi taglienti dei bifacciali, o di preparare un nucleo per staccare schegge di forma predeterminata (tecnica levalloisiana).
Questi progressi furono realizzati probabilmente da forme avanzate di Homo erectus o da forme arcaiche di Homo sapiens.

L'AGRICOLTURA PREISTORICA

Dalla raccolta alla produzione di cibo.

Le genti neolitiche europee continuarono per lunghi secoli a praticare la caccia, la pesca e la raccolta, perché le loro tecniche agricole erano ancora troppo primitive per garantire una produzione di cibo sufficiente alla sopravvivenza della comunità.
La loro agricoltura era ciclica e itinerante : non conoscendo le tecniche per rinnovare la fertilità del suolo con la concimazione e la rotazione dei coltivi, la terra si esauriva rapidamente. Ecco perché i villaggi neolitici avevano una durata molto breve, non più di 8-15 anni.
Anno dopo anno si abbatteva un tratto di foresta e si dissodavano nuovi terreni. Quando i campi diventavano troppo lontani, si abbandonava il villaggio per trasferirsi altrove.
Nel corso del IV millennio a.C. si verifica quasi una seconda rivoluzione neolitica. Gli animali non vengono più allevati esclusivamente come produttori di carne, ma anche per i loro prodotti secondari, in particolare latte e lana, e come forza di trazione.
Le innovazioni più importanti furono l'utilizzazione del latte per l'alimentazione umana e per la produzione di formaggi e burro e lo sfruttamento del vello della pecora per la filatura di lana e quindi per la tessitura. Il diffondersi della pecora lanosa è indirettamente dimostrato dal comparire, nel tardo Neolitico, di fusarole e pesi da telaio in terracotta.
Effetti rivoluzionari per la vita delle genti neolitiche ebbe anche l'aggiogamento dei buoi per la trazione di carri a quattro ruote e dell'aratro. I buoi domestici della preistoria europea erano di piccole dimensioni e appartenevano a due specie, una a corna spesse e lunghe e una a corna sottili e corte. Infatti il processo di domesticazione ebbe come effetto una progressiva diminuzione che tocco' il suo culmine nell'età del Bronzo, quando l'altezza del garrese era di circa cm. 112-115, in confronto ai cm. 135 delle specie moderne. Oltre all'aratro in legno e all'ascia di pietra verde levigata, uno strumento di grande importanza per l'agricoltore neolitico è la falce con corpo in legno sagomato e lama costituita da elementi in selce.
Le falci più antiche sono in realtà dei coltelli messori ( vale a dire usati per mietere). Il loro uso è testimoniato dal sickle gloss, la caratteristica lucentezza prodotta sul taglio della lama dallo sfregamento dei granelli di silice contenuti nello stelo dei cereali. I coltelli messori dritti o leggermente ricurvi, senza soluzione di continuità tra manico e corpo, compaiono per la prima volta in Palestina, in Egitto, in Mesopotamia e nei Balcani.
La falce messoria a lama ricurva e impugnatura distinta è attestata in Mesopotamia fin dal V millennio a.C. e in Egitto dalla
I dinastia ( circa 3000 a.C. ).
In Egitto, un paese tecnologicamente poco innovatore, questo strumento rimarrà più o meno inalterato nel corso del tempo: supporto in legno e lama formata da diversi elementi in selce incastrati nella scanalatura e fissati con mastice.
Nell'Europa del Neolitico e dell'età del Rame predominano i coltelli messori con lama formata da un solo elemento in selce incastrati nella scanalatura e fissati con mastice.
Nell'Europa del Neolitico e dell'età del Rame predominano i coltelli messori con lama formata da un solo elemento in selce, a volte inserito obliquamente ( Egolzwil 3, cultura del Bicchiere Imbutiforme ), ma più spesso parallela al corpo dello strumento.
In Italia l'evoluzione della falce è molto ben documentata nelle culture dell'età del Bronzo. Si tratta di uno strumento ancora legato alla tradizione dell'industria litica, non un prodotto della nuova metallurgia.
Nelle fasi più arcaiche della cultura di Polada vi è un coltello messorio a corpo e manico dritto, in legno, terminante in una lunga appendice obliqua, che serviva per riunire gli steli dei cereali in un fascio. Esemplari più o meno completi sono venuti in luce in vari siti poladiani compreso il Lavagnone.
Nelle fasi più recenti della cultura di Polada si diffonde la falce del tipo detto "a mandibola", non molto diversa dagli esemplari scoperti in Egitto.
Al Lavagnone è stato trovato il corpo in legno di una falce in corso di lavorazione, privo della scanalatura in cui venivano inseriti gli elementi in selce. Questo tipo di falce continuo' ad essere usato nella media età del Bronzo, come dimostrano gli innumerevoli elementi di falcetto di selce caratteristici degli abitati di quest'epoca e un esemplare completo ritrovato a Flavé nella palafitta della Zona 1.
Ma già nel Bronzo Medio, sia in Italia che in buona parte d'Europa, si incominciano a fabbricare falci in bronzo. I nuovi strumenti in metallo hanno una forte diffusione nel Bronzo Recente e Finale, mentre i tradizionali falcetti con gli elementi in selce progressivamente tendono a scomparire dagli abitati.

ABBIGLIAMENTO E ORNAMENTI

La via dell'ambra.

Sull'abbigliamento delle genti dell'età del Bronzo le conoscenze sono abbastanza scarse. Certamente si utilizzavano abiti di tessuto di lino e di lana, nonchè di pelli di capra e di cervo.
Le palafitte svizzere e italiane hanno restituito frammenti di tessuti, soprattutto di lino, che ci informano sulle tecniche di lavorazione. Si producevano tessuti di colore uniforme oppure decorati a riquadri colorati, del tipo cd. scozzese (documentati anche dalla ricca decorazione geometrica delle stele antropomorfe dell'età del Rame scoperte ad Aosta e Sion), a broccato e a ricamo. I colori sono quasi sempre perduti a causa della carbonizzazione del tessuto. Un tessuto di lana rinvenuto nelle miniere di sale di Dürnberg nel Salisburghese e datato al Bronzo Finale, presentava motivi di colore bruno scuro e verde su fondo giallo chiaro, un altro ancora motivi blu e viola scuro. I colori impiegati per la tintura dei fili erano di origine vegetale: il blu si ricavava dall’ontano nano (Sambucus ebulus),il giallo dal guado (Reseda luteola), il rosso dal Chenopodium album o dal Galium palustre, il lillà dal mirtillo (Vaccinium myrtilus).
Per quanto riguarda la forma e il tipo di abiti, gli unici documenti disponibili provengono dalle sepolture entro bare di tronchi di quercia scoperte in Danimarca. Le donne indossavano una camicetta a maniche corte e una gonna lunga fino al ginocchio, gli uomini una tunica, stretta in vita da una cintura, e un mantello.
Gli spilloni di bronzo o di osso o corno avevano la funzione delle attuali fibbie di sicurezza o dei nostri bottoni.
Sono numerosi gli oggetti di ornamento ritrovati negli abitati o nelle tombe. I più frequenti sono gli elementi di collana che mostrano una grandissima varietà : perline di calcite e di steatite; tubetti di Dentalium fossile; piastrine di madreperla ritagliate da valve di lamellibranchi; conchiglie marine, soprattutto Cardium o Pectunculus, perforate all’umbone; denti di animali forati alla radice (specialmente canini di orso, di volpe, lupo, cervo, cinghiale); perline di pasta vitrea di colore verde-azzurro e, infine, perle di ambra.
L’ambra è una resina fossile, di cui esistono molte varietà che si differenziano per le loro caratteristiche fisiche e chimiche, per la provenienza geologica e per la distribuzione geografica. Le analisi mediante spettroscopia di assorbimento dell’infrarosso hanno dimostrato che l’ambra dell’età del Bronzo e poi dell’età del Ferro è di provenienza nordica. Le principali regioni di origine erano le coste occidentali della penisola dello Jutland e le coste dei paesi baltici, in particolare della penisola del Samland nella baia di Danzica e della Lettonia.
L’ambra baltica, detta anche succinte per l’alto contenuto di acido succinico, è una resina secreta da un pino dell’epoca terziaria, il Pinus succinifera, diffuso durante l’Oligocene nell’Europa settentrionale. Il suo colore naturale varia dal giallo chiaro al rosso cupo. Affiora naturalmente a causa dell’erosione del mare e dei fiumi lungo la fascia che costituì il limite meridionale delle fronti dei ghiacci durante il Pleistocene.
Nell’Europa settentrionale l’ambra era conosciuta e utilizzata da millenni per fabbricare oggetti di ornamento, ma è soltanto verso la fine del Bronzo Antico che ha inizio il suo commercio con le regioni dell’Europa centrale e mediterranea, destinato a perdurare fino all’epoca romana e medioevale.
Per le sue qualità estetiche – colore, leggerezza, limpidezza – oltre che per la sua provenienza esotica, essendo oggetto di scambi a lunga distanza, l’ambra fu considerata un materiale prezioso di grande valore e probabilmente anche dotato di valenze magiche in virtù delle sue qualità elettrostatiche.
Gli ornamenti d’ambra cominciano a diffondersi intorno al XVIII-XVII secolo a. C. nella cultura di Unetice della Boemia, quindi nella cultura del Wessex del sud dell’Inghilterra e nella cultura di Polada in Italia settentrionale. Durante il Bronzo Medio l’uso di ornamenti d’ambra si generalizza nella cultura dei Tumuli dell’Europa Centrale e in quella palafitticola e terramaricola del Nord Italia. A partire dal XVII-XVI secolo l’ambra compare anche nella Grecia micenea. Nell’area culturale palafitticolo-terramaricola l’ambra si trova sotto forma di perle globulari o a disco globulare o più raramente biconiche. Perle d’ambra oltre che come elementi di collana, erano utilizzate anche come fermapunte per gli spilloni come dimostrano i ritrovamenti della necropoli di Franzine Nuove (Verona). Uno spillone della palafitta della Maraschina (Sirmione) aveva una perla globulare d’ambra come capocchia.
Dalla distribuzione dei ritrovamenti è possibile ricostruire le vie seguite dal commercio dell’ambra. Durante l’età del bronzo, fino al XII sec. a C., la maggior parte dell’ambra proveniva dallo Jutland ed era diffusa lungo le coste del mare del Nord fino al Wessex e alla Bretagna, e lungo le vie fluviali del Reno e dell’Elba verso sud e sud-est, fino alla regione alpina e al bacino carpatico. In Italia il percorso dell’ambra seguiva certamente al valle dell’Adige, dalla Val Venosta fino al lago di Garda.
Non è invece chiaro per quali vie giungesse in Grecia, se cioè dal bacino carpatico o dall’Italia settentrionale, dal momento che i ritrovamenti di ambra nell’età del Bronzo della penisola italiana o nei Balcani centromeridionali sono poco frequenti. A Micene e a Kakovatos in Grecia, nella cultura dei Tumuli della Germania sud-occidentale e nella cultura del Wessex in Inghilterra si trovano placchette d’ambra con perforazioni complesse, che servivano come separatori dei fili delle collane e che dimostrano l’esistenza di rapporti tra queste regioni, confermati anche dai dischi d’ambra con i bordi incapsulati da una foglia d’oro ritrovati a Creta (Isopata, tomba delle bipenni) e nello Wiltshire.
A partire dal Bronzo Finale (XII-X sec.a.C.) e durante l’età del Ferro la via dell’ambra si sposta più a oriente. La principale zona di approvvigionamento diventa il Baltico e dal corso  inferiore della Vistola fino alla Slesia, dalla Moravia fino al Danubio la nuova via dell’ambra giunge alla foce dell’Isonzo, dove poi sorgerà Aquileia, il principale centro del commercio e della lavorazione dell’ambra in età romana.

LA LAVORAZIONE DELL'OSSO E DEL CORNO

Una tradizione millenaria.

L’osso, specialmente dei mammiferi domestici come il bue, il maiale, la capra o la pecora, e il corno di cervo e di capriolo costituivano nella preistoria un’importante fonte di materia prima per fabbricare strumenti, in genere di piccole dimensioni, che avevano il pregio di essere molto resistenti ai processi di usura. Durante l’età del Bronzo, soprattutto antica e media, in osso venivano prodotti punteruoli, lesine, aghi, spatole, lisciatoi. Per fabbricare i punteruoli si usavano ossa lunghe come ulna, radio e fibule di bue, capra, pecora o maiale oppure metapodi di capra, pecora o eventualmente di capriolo. Nel caso delle ossa lunghe la base dello strumento era costituita dall’epifasi, intera o dimezzata, utilizzata come impugnatura; la parte distale, invece, veniva modificata in maniera più o meno importante mediante taglio, raschiatura e levigatura. Questo genere di punteruoli o perforatori è molto frequente negli insediamenti palafitticoli. Impugnati direttamente dalla mano e ruotati alternativamente da sinistra a destra e viceversa in modo da perforare, erano certamente utilizzati nella lavorazione delle pelli. Gli aghi per cucire venivano ricavati, in genere, da fibule di maiale o da schegge di ossa lunghe, le spatole e i lisciatoi per lo più da costole. In questi strumenti la punta e tutta l’estremità distale spesso appaiono molto lisce e lucide, indizio di un uso prolungato. Resti di palchi di corna di cervo sono molto frequenti negli abitati dell’età del Bronzo. Il corno di cervo era utilizzato per fabbricare una vastissima gamma di strumenti e di oggetti di ornamento : guaine per l’immanicatura delle asce, zappette, picchi, martelli, raschiatoi, strumenti con taglio a biseau ( “fenditoi” ), manici di lesine e di punteruoli in bronzo, immanicature di acciarini di selce, cuspidi, di freccia, pomi di manici di pugnali, rivestimenti di impugnature di pugnali e di spade, montanti di morsi di cavalli, ganci da cintura, spilloni, capocchie di aghi crinali, pettini, bottoni a spola fusiformi, alamari, navette, ecc. A volte i manufatti in corno erano accuratamente decorati a incisione con motivi geometrico- lineari oppure a occhi di dado.
Per la confezione di tutti questi manufatti erano utilizzati i palchi caduti naturalmente in seguito alla muta, verso la fine dell’inverno, e raccolti nei boschi, poiché sono più calcificati e quindi più resistenti. Il corno di cervo era lavorato sia con strumenti di selce sia con lame di bronzo. I procedimenti tecnici impiegati comprendevano l’intaglio, la scortecciatura, la levigatura, il ritaglio a percussione, il taglio con la sega. Il palco era sfruttato in tutte le sue parti ed esisteva una vera e propria specializzazione per cui ciascuna parte -la rosetta, l’asta, le ramificazioni, la corona- era predestinata a determinati tipi di manufatti. Ad esempio guaine per asce, martelli e zappette erano ricavati dalla rosetta, i picchi della rosetta e del ramo inferiore detto pugnale, i pettini delle placchette ottenute dalle aste, i pomi della base della corona, i montati e alcune immanicature  della terminazione delle ramificazioni. Il punto di partenza per la fabbricazione di tutta una serie di manufatti era una placchetta ridotta  a spessore uniforme. Quelle di maggiore ampiezza si potevano ottenere intagliando due scanalature parallele sulla parte esterna delle aste, poi agendo lateralmente sul fondo delle scanalature si svuotava la parte interna spugnosa fino a quando facendo leva si poteva staccare una placca più o meno lunga, che doveva essere sgrezzata con la lisciatura mediante un grattatoio per eliminare la rugosità sia della faccia midollare che di quella corticale. La placchetta veniva quindi ritagliata per confezionare il manufatto. A questa tecnica molto antica – la lavorazione ha una tradizione plurimillenaria, avendo avuto inizio durante il Paleolitico Superiore – si aggiunsero nell’età del Bronzo la fenditura longitudinale e il taglio con la sega. Nell’età del Bronzo, la lavorazione del corno conosce una grande diffusione ed è considerata uno degli aspetti più caratteristici della cultura palafitticola-terramaricola  del Bronzo Medio e Recente. I manufatti più frequenti sono le cuspidi di freccia, lunghe da 2 a 10 cm, che pur presentando fogge abbastanza standardizzate, possono variare per la forma della punta (piramidale o conica) e del peduncolo (nettamente distinto da un gradino oppure senza stacco rispetto alla punta), per la presenza o assenza di alette in numero variabile da 2 a 4 e di un collarino tra punta e peduncolo, per il diverso rapporto lunghezza della punta/lunghezza del peduncolo, che può essere 1:1 o 2:1.
Dopo le frecce, i pattini, gli spilloni, le teste di aghi crinali a disco o a ruota raggiata sono i manufatti più frequenti. Alcuni pettini potevano essere oggetti relativi all’acconciatura femminile, altri erano utilizzati probabilmente nella lavorazione delle pelli per depilarle. La lavorazione del corno continua ancora attivamente nell’età del Bronzo Finale, mentre nel corso dell’età del Ferro, pur non scomparendo, conosce un netto declino, limitandosi a qualche impugnatura e a qualche oggetto ornamentale.