venerdì 16 dicembre 2011

I TEMPLI MALTESI DELLA DEA MADRE

L'isola di Malta venne raggiunta dai primi gruppi di colonizzatori intorno al 5000 a.C. Erano agricoltori e allevatori neolitici provenienti dal villaggio di Stentinello presso Siracusa, che fabbricavano contenitori in ceramica decorati da caratteristiche figure geometriche riempite di pasta bianca. Nei secoli seguenti altre genti giunsero dalla Sicilia, riconosciute dagli archeologisempre per l'uso di specifiche classi di ceramica. Intorno al 3600 a.C. ebbe inizio nell'isola di Gozo la costruzione dei templi megalitici di Ggantija (nome locale che significa "torre dei giganti"), cui seguì una fase di transizione (3300-3000 a.C.) cui appartiene a Malta il tempio-sepolcro sotterraneo di Hai Saflieni; quindi, fino al 2500 a.C, la "civiltà dei templi" maltese raggiunse l'apogeo, innalzando i complessi religiosi di Mnajdra, Hagar Qim e Tarxien, ricchi di decorazioni a spirale e di elementi che confermano l'appartenenza al culto mediterraneo della Dea Madre. Poi, improvvisamente, l'arcipelago maltese fu abbandonato da tutti i suoi abitanti per cause sconosciute. Per un migliaio di anni i nuovi arrivati utilizzarono i templi di Tarxien per seppellirvi i loro morti ed eressero semplici dolmen, del tipo di quelli presenti nel Salento (probabile indizio della loro provenienza dalla Puglia), quindi intorno al 1500 a.C. una quarta invasione dell'isola portò altre genti -ancora dalla Sicilia - che si insediarono in villaggi fortificati. Sembrano risalire a quel periodo le misteriose "carreggiate", i profondi binari che solcano la superficie rocciosa delle isole. Infine fu la volta dei Cartaginesi, dei Fenici, dei Romani. La splendida civiltà dei templi megalitici era ormai solo un lontano ricordo inghiottito dai millenni.
Capolavori di architettura preistorica
templi megalitici di Malta sono le prime costruzioni complesse progettate e realizzate dall'uomo neolitico nel bacino del Mediterraneo. Maestosi e articolati in più ambienti, rispondono a schemi creativi e innovativi costanti, mai visti prima di allora. La loro forma tipica si è ripetuta per oltre un millennio, pur con le aggiunte dovute all'evoluzione architettonica e alle esigenze del culto. Un possente muro perimetrale esterno, di solito a forma di "D" rovesciata, racchiude nel suo interno un numero di camere variabile da due a sei, organizzate simmetricamente a coppie opposte o "a trifoglio", affacciate su un corridoio oppure su un cortile centrale (o su entrambi). Le pareti delle stanze presentano forma semicircolare absidata od ovale (la forma tonda domina ogni parte dei templi, totalmente privi di spigoli vivi) e sono delimitate da murature megalitiche distanti anche cinque metri dai muraglioni perimetrali: lo spazio intermedio è sempre riempito da terra e detriti pietrosi. Nei cortili, altari, enormi tazze, vasi e statue costituiscono gli apparati necessari per lo svolgimento dei riti religiosi, conclusi da sacrifici di animali. Le facciate monumentali concave a esedra dei templi prospettano su ampi piazzali esterni; spesso un sedile di pietra corre alla base delle pareti, ai lati dell'ingresso trilitico formato da blocchi giganteschi; la copertura era assicurata da tetti in legno, di cui non vi è più traccia. Gli enormi blocchi calcarei impiegati per i muri perimetrali pongono interrogativi a proposito del loro taglio e del trasporto, perché in quel tempo gli antichi Maltesi disponevano soltanto di strumenti litici.
Le meraviglie dei templi di Malta
Secondo la leggenda, i templi megalitici di Malta furono costruiti da un gruppo di giganti semidei, i soli in gradi di estrarre e trasportare gli enormi blocchi di calcare di cui sono fatti. Ai margini dell'altipiano di Xaghra, nell'isola di Gozo, i due templi del complesso di Ggantija sono circondati da un muraglione oggi alto sei metri, formato da ciclopici monoliti. Il tempio posto a sud è il maggiore e il più antico. Rispetto allo schema a trifoglio dei monumenti innalzati in precedenza (Kordin, Ta' Hagrat), questo tempiopresenta per la prima volta cinque ambienti absidati. Un'imponente entrata formata da due file di ortostati perfettamente squadrati immette in una coppia di camere opposte; un secondo ingresso simile, posto di fronte al precedente, comunica con tre camere maggiori aperte a trifoglio su un cortile, pavimentato come i corridoi. L'ambiente più grande misura 10,50 metri per 9 e sul fondo è occupato da un altare formato da lastre calcaree orizzontali sostenute da pilastrini, diviso in tre parti da due alti monoliti verticali. Le pareti interne delle stanze sono inclinate verso l'interno e dovevano essere intonacate e dipinte; perforazioni nei blocchi monolitici segnalano l'esistenza di porte, altri presentano tracce di rilievi a spirale o sono ricoperti da forellini praticati con un trapano; oltre agli altari, l'apparato di culto comprende nicchie, tabernacoli, vasi in pietra, spioncini rettangolari a feritoia aperti nei blocchi e fori nel pavimento, tutti elementi che indicano una raffinata e pianificata capacità costruttiva. Il tempio minore settentrionale appartiene allo schema a quattro camere quasi semicircolari opposte a coppie, con impiego di blocchi concavi sui bordi superiori degli ingressi e su quelli interni destinati a sostenere l'architrave, migliorandone la stabilità. 
Hal Saflieni
Nell'isola di Malta, nei pressi dell'abitato di Paola, l'ipogeo di Hai Saflieni è la più enigmatica e originale realizzazione della civiltà dei templi, che probabilmente accomunava il mondo dei vivi a quello dei morti, affidati entrambi alla dea della fertilità. Esso è formato da un complicato labirinto, articolato su tre piani sotterranei, di camere per sepolture collettive che accolgono i resti parziali di 6000-7000 individui, con corridoi e ambienti riservati al culto, profondi 10 metri e mezzo. Gli ingressi trilitici, la forma circolare delle stanze, le decorazioni spiraliformi in ocra rossa di pareti e soffitti arrotondati, altari e nicchie, consentono di comprendere meglio la struttura e gli arredi dei templi in superficie. Al secondo piano dell'ipogeo s'incontra la cosiddetta "Stanza dell'Oracolo", un locale rettangolare con una piccola nicchia ricavata ad altezza d'uomo nella parete, dalla quale le parole pronunciate o anche solo sussurrate vengono diffuse da una formidabile acustica. Era forse questo il trucco di cui si serviva il sacerdote per far giungere i suoi messaggi alla sacerdotessa raffigurata nella statuina della Signora Dormiente? La parte centrale dell'ipogeo è costituito dalla "Sala d'Aspetto" che immette nella "Camera Principale", da cui si passa nel "Sancta Sanctorum", riservato al culto: tutti gli ambienti presentano finti ingressi trilitici, architravi tondeggianti e tetti a pseudovolta. Si ritiene che Hai Saflieni sia stato un luogo di culto non aperto ai fedeli, ma destinato a particolari cerimonie e alle sepolture secondarie della popolazione.
Mnajdra e Hagar Qim
Sulla costa occidentale di Malta, di fronte all'isolotto di Filfola, i tre templi di Mnajdra, appartenenti a periodi differenti, si affacciano su un cortile semicircolare da due diversi livelli. In alto vi è il più antico, un tempio a trifoglio della fase Ggantija, in basso quello meglio conservato, con una bella facciata, concava e fitte perforazioni al trapano su due blocchi calcarei interni e alcuni spioncini a feritoia che comunicano con probabili "stanze dell'oracolo". Il tempio centrale, costruito per ultimo, ha un triplo ingresso monumentale e presenta su un blocco la curiosa scultura del tempio completo del tetto. Nel tempio meridionale, risalente alla più antica fase di Tarxien, la prima coppia di camere presenta grandi nicchie alle pareti e una struttura trilitica densamente decorata da perforazioni al trapano; la successione di alcuni corsi orizzontali di blocchi calcarei aggettanti verso l'interno conferma che gli ambienti erano coperti da tetti a pseudovolta. Forse la firma dell'architetto che lo innalzò? A poca distanza, in posizione dominante, si trova il maggiore complesso megalitico dell'isola, costituito dal tempio di Hagar Qim, più volte ampliato. La monumentale facciata comprende un monolite alto cinque metri che emerge dalla muratura e il maggiore lastrone calcareo conosciuto, alto sette metri e pesante 20 tonnellate; alcune stanze che prospettano sul cortile interno sono ornate da altari a forma di fungo sostenuti da pilastrini ricoperti di perforazioni, da blocchi calcarei traforati e nicchie, che hanno restituito statuine femminili fra cui la famosa "Venere". La camera più meridionale contiene al posto dell'altare un monolite cilindrico fallico, simile a un secondo collocato all'esterno, probabile indizio che questo tempio era dedicato al culto della fertilità.
Tarxien
Il complesso dei quattro vastissimi templi di Tarxien, innalzati fra il 3300 e il 2500 a.C, rappresenta l'apogeo della civiltà maltese e segna anche la sua repentina conclusione. Il tempio meridionale presenta una facciata a esedra lunga 34 metri e quattro stanze absidate che hanno restituito blocchi calcarei decorati da sculture a spirali oculiformi e di animali, gli stessi che venivano sacrificati usando il pugnale sacro di selce ritrovato nella nicchia presso un altare. Affacciata su un cortiletto, vi era la grande statua attribuita alla Dea Madre, di cui rimane solo la parte inferiore. Fra gli altri templi di Tarxien, quello centrale a sei camere fu l'ultimo a essere costruito; il vasto cortile pavimentato accoglie un grande focolare rotondo in pietra, mentre una camera è occupata da un'enorme tazza, pure in pietra, forse destinata a contenere gli animali sacrificati; altri ambienti sono accessibili scavalcando i blocchi posati sul pavimento e inseriti in ortostati verticali ornati da rilievi a doppia spirale, forse segno che in quei locali potevano entrare solo i sacerdoti.
Una fine misteriosa
Intorno al 2500 a.C. la popolazione dell'arcipelago maltese doveva superare i 10 000 abitanti. All'improvviso le isole si spopolarono, i villaggi furono abbandonati e occupati poco dopo da nuove popolazioni, che utilizzarono i templi di Tarxien per un migliaio d'anni come cimitero. Anche se non è del tutto escluso che questa invasione possa essere stata una delle cause dell'abbandono, poiché non si è trovata traccia di violenze né di distruzioni, prevale la tesi che i nuovi arrivati abbiano trovato le isole deserte. Le ipotesi avanzate sulle cause di tale evento misterioso sono molteplici: un prolungato periodo di siccità, l'aumento della popolazione e la mancanza di terre da coltivare, una micidiale epidemia, una rivolta contro la classe sacerdotale divenuta troppo potente, la volontà espressa dalla divinità venerata nei templi... Forse non sapremo mai cosa accadde realmente: in ogni caso si trattò di un avvenimento straordinario, che cancellò una civiltà evolutissima, rimasta confinata per oltre mille anni nelle piccole isole maltesi, dove manifestò una sorprendente capacità costruttiva autonoma e una fortissima motivazione religiosa rivolta al culto della Dea Madre. Ma perché templi simili esistono soltanto a Malta e a Gozo? È verosimile l'ipotesi che fossero santuari frequentati dai navigatori mediterranei? A giudicare dalla loro esclusività, sembrerebbe fossero riservati al culto locale; di sicuro i costruttori degli ineguagliati templi megalitici non venivano dall'esterno, perché altrimenti esisterebbero anche altrove monumenti simili. Mentre venivano innalzati i templi di Malta, a Stonehenge si compivano le prime due fasi di costruzione del tempio e a Carnac sorgevano imponenti monumenti megalitici. Tale contemporaneità ha alimentato discussioni sul ruolo maltese nella diffusione del megalitismo. Poiché è accertato che questo fenomeno nacque e si sviluppò in Bretagna, Malta può essere stato il centro di rielaborazione e di rilancio di questa ideologia al centro del Mediterraneo, accolto e manifestato in forme diverse. Ma chi portò a Malta il messaggio megalitico dalle coste atlantiche?
LE ENIGMATICHE "CARREGGIATE"
Le isole maltesi offrono un'altro enigma: le "carreggiate", o "binari", o cart-ruts (sotto). Sono dei percorsi con sezione a "V", formati da due solchi paralleli posti alla distanza di 1,30 metri e profondi in media 6-10 centimetri, che attraversano in più punti la superficie rocciosa di Malta e Gozo, sia in zone pianeggianti, sia su erte colline. Straordinarie le zone di "scambio" tra diversi binari, proprio come avviene nelle stazioni; eccezionali i solchi che da alcune spiagge si inabissano in mare. Il fatto che alcuni binari siano stati tagliati da tombe puniche lostra la loro anteriorità, ma non si sa di quanto; la presenza di solchi che da antiche cave di tufo conducono alle porte di villaggi dell'Età del Bronzo indicherebbe l'uso dei binari: vi scorrevano le ruote di carri o i pattini di slitte per il trasporto dei blocchi impiegati nella costruzione delle case.
LE STATUE FEMMINILI DI MALTA
La colossale statua femminile restituita dal complesso di templi di Tarxien è incompleta, ma lascia intuire che doveva essere alta circa tre metri. Nel cortile del tempio meridionale, un basamento decorato con motivi spiraliformi e geometrici sostiene la parte inferiore della statua, formata da due grasse gambe e una lunga sottana a pieghe; i piedi sono invece ben proporzionati. Il suo aspetto completo si può intuire da alcune statuine femminili acefale del tempio di Hagar Qim, una seduta e l'altra in posizione eretta: entrambe raffigurano divinità obese, con volutaaccentuazione delle proporzioni delle cosce e dei glutei. L'intenzionalità di tali sculture è provata dalla presenza di un'altra statuina, chiamata Venere di Malta: nella sua nudità offre un corpo generoso con grandi seni, ma realistico e ben proporzionato. Enigmatica è invece la statuina della Signora Dormiente dell'ipogeo di Hai Saflieni, una grassa figura femminile a busto scoperto, vestita con una gonna a pieghe, ritratta mentre dorme su un lettino con la testa appoggiata sul braccio piegato. Ma i templi megalitici maltesi erano ornati anche da simboli fallici e rilievi di animali (capre, montoni, buoi, tori, maiali) che provano l'adesione a un culto completo della fecondità. La presenza ricorrente del simbolo della spirale (specialmente a Tarxien), semplice, doppia o con quattro ricche volute contrapposte, viene considerata dagli studiosi la sintesi grafica del culto della vita.

IL MESOLITICO DELL'ITALIA SETTENTRIONALE II

Arte e spiritualità.

Piuttosto diffuso durante il Mesolitico è l'utilizzo di sostanze coloranti e di oggetti ornamentali. Si tratta per lo più di conchiglie marine o d'acqua dolce, di vertebre di pesci, canini di cervo, frammenti di ossa o ciottoli, tutti forati per la sospensione come ciondoli di collane o bracciali o per essere cuciti ai capi di vestiario. Essi sono ben documentati a Romagnano III, Pradestel, Vatte, Gaban, Bus de la Vecia, riparo Frea IV e nella grottina dei Covoloni del Broion. Manufatti artistici sono stati rinvenuti al Riparo Gaban, sito in cui oggetti analoghi sono documentati anche nei livelli neolitici. Essi erano stati deposti all'interno di buche rimaneggiate già in età mesolitica (vi si trovano infatti mescolati manufatti sauveterriani e castelnoviani). Una figura femminile è stata ricavata a bassorilievo dalla sezione apicale di un ramo di corno cervino forata longitudinalmente. Una gola al di sotto dell'apice consentiva forse la sospensione, mentre la perforazione longitudinale poteva fungere da immanicatura per uno strumento. Le superfici sono fortemente usurate e combuste. Un oggetto analogo presenta incisioni parallele, motivi a zig-zag e triangoli e residui di ocra rossa. Vi sono poi cilindretti ricavati da sezioni di diafisi di ossa lunghe, decorati a tacche, punti, zig-zag, reticoli. Alcuni punteruoli e un metacarpo di orso decorati a tacche e con tracce d'ocra sono stati recuperati anche a Romagnano Loc III.
Si conoscono inoltre alcune sepolture: la prima è stata messa in luce nel Riparo di Vatte di Zambana; si tratta di un individuo di sesso femminile, alto ca. 1,52 m. e dell'età di cinquant'anni circa. La testa era appoggiata ad un gradino formato dalla roccia e il volto era rivolto a sinistra. Il tronco era adagiato in una fossa poco profonda, con orientamento NW-SE. Le braccia erano stese parallelamente ai fianchi, gli avambracci flessi e le mani si riunivano all'altezza del pube. Un tumulo di pietre ricopriva cranio e tronco. Non è stato ritrovato alcun oggetto di corredo, ma si è notata la presenza di qualche frammento d'ocra al di sotto del cranio. Le datazioni radiometriche ottenute per questa sepoltura oscillano tra 6050±110 e 5790±150 a.C.
Lo scheletro documenta la frattura dell'avambraccio destro guarita senza esiti e una seconda frattura al gomito sinistro guarita in pseudo-artrosi serrata, con conseguenti gravi deformazioni.
Una seconda sepoltura è stata recentemente recuperata nel sito di Mondeval de Sora, in comune di S. Vito di Cadore, a 2150 m. di altitudine. Sotto l'aggetto di un grande masso erratico si sono trovati livelli d'occupazione del Mesolitico antico e recente, dell'età del Rame e di epoca medievale. Nel 1986 fu messa in luce una sepoltura in fossa di età castelnoviana (5380±50 a.C.). L'inumato era un uomo adulto, di circa quarant'anni, alto 1,67 m. e di costituzione robusta. La parte inferiore del corpo era ricoperta di pietre selezionate (pietre vulcaniche e marna calcarea). La mano sinistra, posta verticalmente sul fianco esterno, presentava dita ripiegate come se impugnassero qualcosa. Sul lato destro vi erano tracce di ocra rossa, su quello sinistro un gruppo di 33 reperti, tra cui alcuni strumenti di selce, ciottoli di calcare, un arpione e altri manufatti in osso e corno. Poco più in basso, all'altezza della mano sinistra si sono recuperati altri due gruppi di oggetti litici o in zanna di cinghiale, alcuni dei quali coperti di mastice, e due agglomerati di sostanza organica: il primo costituito per lo più di resine, il secondo di cera d'api e propoli. Si può pensare che questi gruppi di oggetti fossero stati deposti all'interno di contenitori e che costituissero la dotazione d'uso quotidiano.
Facevano inoltre parte del corredo 3 lame in selce gialla, collocate ciascuna su una spalla e la terza sotto il cranio e 7 canini atrofici di cervo; un punteruolo posto sullo sterno e uno tra le ginocchia servivano forse a chiudere una sorta di sudario in pelle.
Lo studio dello scheletro ha evidenziato la frattura di un dito della mano destra perfettamente guarita e una osteopatia deformante all'emitorace sinistro. L'uomo mesolitico di Mondeval de Sora appartiene alla razza di Cro-Magnon, già presente in Europa durante il Paleolitico Superiore.

IL MESOLITICO DELL'ITALIA SETTENTRIONALE

Ambiente ed economia.

Lo studio dei pollini, dei carboni, dei resti micro-e macro-faunistici raccolti in ciascun livello nei siti pluristratificati di Romagnano, Pradestel e Vatte di Zambana (TN) ha permesso di delineare l'evoluzione del clima e dell'ambiente dall'inizio dell'età olocenica.
L'area della Val d'Adige sembra essere stata interessata da un ritiro dei ghiacciai già durante il tardoglaciale; a quell'epoca un grande bacino lacustre era racchiuso tra le morene della conca di Trento. L'aumento progressivo della temperatura, non accompagnato da un analogo incremento nella piovosità, causò l'insorgere di un clima caldo e arido, con la conseguente scomparsa della flora e della fauna pleistoceniche e determinò la diffusione di associazioni faunistiche e floristiche mediterranee anche in aree montane. Le fasi più antiche del Mesolitico, ricadenti nei periodi climatici Preboreale e Boreale, vedono ancora un'ampia diffusione del pino silvestre montano e di micromammiferi che prediligono ambienti freddi (es. microtus nivalis). Tra gli animali cacciati prevale decisamente lo stambecco. In seguito si assiste a una sensibile diminuzione di tali specie, a favore di specie termofile: ha inizio così la diffusione dei boschi di latifoglie e del querceto misto, che culminerà nel periodo Atlantico, alla cui fase iniziale sono riferibili le industrie castelnoviane. Anche l'incidenza dello stambecco diminuisce a favore di specie caratteristiche degli ambienti forestali quali il cervo, il capriolo e il cinghiale.
L'economia del Mesolitico si basa sullo sfruttamento di risorse alimentari molto diversificate: le tradizionali attività di caccia ai grandi mammiferi vengono integrate da pesca, raccolta di molluschi di acqua dolce (Unio) e uova, caccia a tartarughe, lontre, castori, uccelli.
Le condizioni climatiche e ambientali sembrano aver influenzato in misura notevole le scelte insediative delle comunità di cacciatori-raccoglitori mesolitici. Durante il Sauveterriano ai siti di fondovalle (es. Romagnano Loc. III, Pradestel, Vatte di Zambana, Riparo Gaban, Riparo Soman) si associa l'occupazione di aree ad alta quota, tra i 1800 e 2300 m. Si tratta per lo più di ripari o di siti all'aperto, ubicati in prossimità di zone di passo o di bacini lacustri sulle Dolomiti, sulle Alpi Aurine e Sarentine, sul M. Baldo e sul M. Pasubio. Tra i più importanti si possono citare i siti dei Laghetti di Colbricon (1908-2100 m), quelli del Passo Oclini, del Pian dei Laghetti, del Lago delle Buse, e il riparo I del Plan de Frea, in Alta Val Gardena (1930 m.). La frequentazione di siti d'alta quota, ai limiti tra i boschi e le praterie, è stata messa in relazione alla caccia allo stambecco e al camoscio, animali costretti a migrare in aree montane montane in seguito ai mutamenti climatici insorti con l'oscillazione di Allerod : si tratterebbe dunque di accampamenti stagionali secondari, complementari a quelli di fondovalle. Lo studio dei manufatti litici consente di formulare ipotesi circa la funzione dei diversi siti: a Colbricon 1, per esempio, è stata messa in luce un'area di officina litica, adiacente a un focolare; si tratterebbe dunque di un bivacco  in cui si confezionavano strumenti per la caccia. Al contrario, il sito 6, a quota più elevata, ha restituito solo alcune categorie di manufatti, con predominio delle armature, che suggeriscono una sua funzione di sito di avvistamento della selvaggina.
Vi sarebbero dunque siti di sussistenza, ubicati in prossimità del lago, e siti di crinale, ad essi complementari, adibiti all'avvistamento e alla caccia.
Durante il Castelnoviano si assiste invece a una generale attenuazione della frequentazione della località d'alta quota, causata verosimilmente dalla graduale scomparsa dello stambecco; ai siti di fondovalle, che continuano ad essere occupati, si assoociano ora siti di collina e di pianura. Siti castelnoviani sono noti anche nell'area occidentale (M. Cornizzoli-CO-, Liguria) e sull'Appennino Tosco-emiliano (Passo della Comunella, Lama Lite-RE-).
Le strutture d'abitato.
I dati relativi alle strutture abitative del Mesolitico sono purtroppo molto lacunosi : a Romagnano Loc III, nel livello AC datato al Sauveterriano, si sono rinvenuti resti di una capanna parzialmente distrutta dai lavori di cava; si tratta di una depressione circolare interpretata come fovea per il focolare, di una buca di palo e di un acciottolato piuttosto regolare. Una buca analoga e diversi pozzetti sono stati messi in luce anche al Riparo Gaban.
Nel riparo I di Plan de Frea I (Sauveterriano medio) è stato portato alla luce un fondo di capanna di forma piriforme, leggermente infossato e addossato alla parete del riparo. Una serie di grosse pietre poste lungo il perimetro aveva forse lo scopo di ancorare la copertura di pelli.
Il sito 1 del Colbricon (Sauveterriano antico, 7420+-130 a.C.) presenta una fovea per focolare, accanto a cui si sono distinti aree con concentrazioni di manufatti di diverse categorie, una delle quali interpretabile come officina litica.

IL MESOLITICO: GLI ULTIMI CACCIATORI-RACCOGLITORI D'EUROPA II

Nuove strategie economiche e nuove tecniche di caccia: l'invenzione dell'arco.

Gli eco-sistemi postglaciali erano più complessi e meno stabili di quelli dell'età tardo glaciale, poichè i cambiamenti stagionali nella vegetazione e nella fauna diventarono più marcati e la quantità e il numero delle specie animali più suscettibili di fluttuazioni  periodiche, non sempre prevedibili. Con l'estensione della foresta temperata si verificò una diminuzione della biomassa dei grandi erbivori gregari, che costituivano l'ineusaribile fonte di cibo delle popolazioni del Paleolitico Superiore. Questo fatto, unitamente alla scomparsa della grande arte delle caverne, ha indotto a ritenere il mesolitico un periodo di decadenza. In realtà, di fronte ai grandi cambiamenti ambientali i Mesolitici hanno saputo adottare nuove strategie economiche, consistenti nello sfruttamento di una gamma più ampia di biotipi e in modo più intenso e completo: caccia grande e piccola caccia, pesca, uccellagione, raccolta intensiva dei molluschi e di tutte le risorse vegetali disponibili. Per realizzare le nuove strategie economiche erano necessarie nuove tecnologie e il Mesolitico fu un periodo di significative conquiste anche nel campo della tecnologia.
L'evoluzione delle industrie litiche è una conseguenza diretta dei cambiamenti nelle tecniche della caccia. La caratteristica principale delle industrie mesolitiche è il microlitismo. Dai nuclei di selce si ottenevano lamelle e microlamelle, che erano ritoccate per fabbricare strumenti di piccole dimensioni, a volte di piccole dimensioni, a volte di pochi millimetri di lunghezza. I microliti erano destinati a essere inseriti in un supporto di legno o di osso e fissati con resina di corteccia di betulla o di altre essenze vegetali (pino, agrifoglio, vischio, cardo), a volte impastata con cera d'api e riscaldata a fuoco lento. La proliferazione delle armature microlitiche, spesso di forma geometrica (semiluna, triangoli, trapezi) corrisponde all'uso ormai generalizzato dell'arco.
Il propulsore, caratteristico del Paleolitico Superiore, permetteva di scagliare giavellotti o arpioni a breve distanza ed il suo uso era possibile in spazi apertissime la tundra, ma non nella foresta temperata. Per cacciare il cervo o il cinghiale nella foresta era indispensabile un'arma più veloce e precisa: l'arco.
La grande quantità di armature microlitiche nei siti mesolitici è la prova indiretta della caccia con l'arco. Gli archi e le frecce più antichi finora ritrovati provengono dall'Europa Settentrionale. A Stellmoor, un sito della cultura di Ahrensburg, è stato trovato un arco in legno di pino, databile al Dryas III. Le frecce in legno di pino con armature microlitiche fissate con resina di pino scoperte a Loshult nella Svezia meridionale risalgono al Preboreale. Le frecce di Vinkel e di Holmegaard, sempre in pino, e gli archi di Holmegaard, in legno di olmo, lunghi 1,5 - 1,9 m., sono di età boreale e appartengono alla cultura di Maglemose.
E' probabile che l'arco sia stato inventato  già alla fine del Paleolitico Superiore e che fosse di uso corrente nelle culture epigravettiane dell'area mediterranea e in quelle epipaleolitiche del vicino Oriente, dove i microliti erano già ampiamente diffusi e le trasformazioni ambientali prodotte dal miglioramento del clima avvennero precocemente rispetto all'Europa continentale e settentrionale.
Per comprendere l'importanza dell'arco bisogna tenere presente che la capacità di penetrazione di un proiettile si deve all'energia cinetica che conserva al momento dell' impatto, la quale è funzione della massa e della velocità. Con il propulsore si possono scagliare lance, giavellotti, arpioni anche fino a 100 m., ma la velocità è bassa e la precisione scarsa, per cui è necessario avvicinarsi molto alla preda per avere successo.
Al contrario, la tensione della corda dell'arco conferisce alla freccia una velocità molto elevata, superiore a 100 km. all'ora. Una freccia del peso di 15-30 gr. Compie una traiettoria di 100 m. in poco più di 3 secondi e conserva un'energia d'impatto superiore ai pallini da caccia di calibro 14. Alla velocità l'arco unisce una grande precisione di tiro: non è più necessario avvicinarsi molto alla preda, poichè un animale avvistato a 60-70 m. di distanza è virtualmente morto. Le armature microlitiche pesano in genere tra 0,5 e 2,0 gr. e rispondono quindi perfettamente ai requisiti richiesti per una freccia.
La maggiore efficacia nella caccia resa possibile dall'arco, unitamente alle nuove strategie economiche di sfruttamento di una più ampia gamma di risorse, ha avuto rilevanti conseguenze sociali e culturali: maggiore sicurezza di cibo ha prodotto un incremento demografico tra le 5 e le 10 volte rispetto al Paleolitico Superiore; grazie all'arco le bande di cacciatori, a differenza di quanto avveniva nel Paleolitico, possono essere più piccole e più autonome e le comunità possono essere formate soltanto da poche famiglie; rispetto all'azione collettiva richiesta dalla caccia ai grandi branchi di erbivori gregari del Paleolitico acquista maggiore importanza l'azione del singolo cacciatore.
Minore dimensione dei gruppi e forte incremento demografico determineranno un'occupazione più capillare del territorio e una maggiore diversificazione culturale.
Gli abitati mesolitici sono piccoli e di breve durata, per lo più soltanto stagionale. Le abitazioni, costruite in materiali leggeri e deperibili, hanno lasciato poche tracce: buche di palo disposte in modo da delimitare uno spazio circolare, ovale o quadrangolare, allineamenti o cerchi di pietre che servivano per bloccare la base di tende rotonde o rettangolari, piattaforme di travi e cortecce di betulla, conservatesi negli ambienti umidi, pavimentazioni di pietre. La frequentazione di ripari sotto roccia è ben documentata soprattutto nell'Europa meridionale e nella regione alpina.

IL MESOLITICO: GLI ULTIMI CACCIATORI-RACCOGLITORI D'EUROPA

Cambiamenti climatici e trasformazione del paesaggio: la rivoluzione verde.

Il termine Mesolitico designa un periodo della preistoria caratterizzato da microliti di forma geometrica, successivo all'ultima glaciazione e anteriore al diffondersi dell'agricoltura, intermedio quindi tra Paleolitico e Neolitico. In realtà i limiti cronologici superiore e inferiore sono un po’ fluidi e variano da regione a regione. Il processo del cambiamento in alcune regioni fu graduale e affonda le sue radici nell'età tardo-glaciale, quando, specialmente nelle zone mediterranee, i cacciatori-raccoglitori paleolitici cominciarono ad adattarsi ad un ambiente che diventava sempre più temperato.
L'arco di tempo interessato dalle culture mesolitiche è caratterizzato da grandi cambiamenti climatici che trasformarono profondamente i territori ed i paesaggi europei, creando nuovi ambienti naturali. Negli ultimi tempi del Tardoglaciale ebbe inizio il processo di deglaciazione. In base allo studio dei foraminiferi dei sedimenti del fondo dell'Atlantico e alle variazioni degli isotopi stabili dell'ossigeno e del carbonio nei ghiacciai della Groenlandia, è stato calcolato che l'aumento della temperatura durante l'interstadiale di Alleröd (10800-9900 a.C.) sia stato di oltre 7 gradi. Il paesaggio della tundra scomparve dalla maggior parte della Francia e dell'Europa centrale e con esso la renna. Il fronte dell'immensa calotta glaciale che scendeva fino ai Paesi Bassi, alla Germania settentrionale e al nord della Russia cominciò ad arretrare, mentre i grandi ghiacciai della catena alpina si ritiravano alle medie ed alte quote. Nel successivo Dryas III, tra 9900 e 9300 a.C., il clima diventò nuovamente molto freddo, ma la renna non tornò più nei territori abbandonati e le fronti glaciali non scesero più a latitudini e a quote così basse come quelle raggiunte prima dell'oscillazione calda di Alleröd.
Con la fine del Dryas III verso il 9300 a.C. termina il Pleistocene, l'età delle glaciazioni, ed ha inizio l'Olocene, il periodo geologico recente in cui ancora viviamo, caratterizzato da un clima sostanzialmente simile a quello attuale, con oscillazioni di temperatura e umidità/aridità piccole in confronto a quelle pleistoceniche.
La successione delle zone polliniche definita per la prima volta nell'Europa settentrionale scandisce i tempi olocenici, vale a dire gli ultimi 1100 anni della storia della terra: Preboreale ( 9300-7825 a.C.), dal clima temperato e secco; Borale (7825-6800a.C.), dal clima caldo e umido, ma con oscillazioni fresche e umide; Sub-Atlantico (da 800 a.C. ad oggi, fresco e umido, con oscillazioni calde).
Nel corso del Preboreale e del Boreale la temperatura aumentò progressivamente, per raggiungere il suo massimo nell'Atlantico, le grandi calotte glaciali dei poli diminuirono di volume e si innalzò il livello degli oceani e dei mari. In 2500 anni il livello del mare salì di circa 60 metri, attestandosi a -40/-20 rispetto alla quota attuale, che sarà raggiunta soltanto tra la fine dell'Atlantico e l'età storica. Verso il 7300 a.C. l'Inghilterra rimase separata dal continente. Nella penisola scandinava all'aumento del livello del mare corrispose il fenomeno isostatico di sollevamento delle terre liberate dal peso delle enormi masse di ghiaccio: in conseguenza di questi fattori contrastanti l'area del golfo di Bothnia passò da lago sbarrato dai ghiacci a mare a Yoldia, quindi a lago ad Ancylus, per ritornare verso il 5500-5000 a.C. ancora a mare (a Litorina).
La piattaforma continentale invasa dalle acque della Manica, del Mare del Nord e del Baltico fu persa per l'insediamento umano, ma contemporaneamente si liberavano spazi ancora più grandi per lo scioglimento della calotta glaciale.
Ai cambiamenti nell'estensione della terra e del mare si accompagnarono le trasformazioni del paesaggio: la grande foresta temperata si diffuse progressivamente da sud verso nord, soppiantando i paesaggi aperti della tundra.
Nell'Europa centro-settentrionale alla foresta rada di betulle e pini del Preboreale, seguì quella di Pini e il massimo della diffusione del Nocciolo nel Boreale, quindi la foresta densa del Querceto misto (quercia, olmo, ontano, carpino).
I grandi branchi di erbivori migratori di grossa taglia che popolavano gli spazi aperti della tundra scomparvero: alcuni come il mammuth, il rinoceronte lanoso o il cervo gigante si estinsero, altri come la renna migrarono verso le latitudini più settentrionali o verso est come il cavallo, e furono sostituiti dal cervo, dal cinghiale, dal Bos primigenius, dal daino e nelle aree montane dall'alce, animali che vivono in gruppi più piccoli e che non hanno un marcato comportamento migratorio. Nel bosco denso che ricoprì l'Europa crebbe il numero e la varietà della piccola fauna di mammiferi.
La sommersione della piattaforma continentale determinò condizioni favorevoli per la ricchezza in quantità e diversità della fauna marina nelle acque poco profonde lungo le zone costiere e lo stesso fenomeno si verificò in molte aree lagunari e lacustri.

IL MESOLITICO DELL'ITALIA SETTENTRIONALE

Le industrie litiche.

La scoperta di siti mesolitici in Italia settentrionale è piuttosto recente: in particolare i lavori di sbancamento delle grandi conoidi detritiche della Val d'Adige hanno portato alla luce imponenti sequenze stratigrafiche alla fine degli anni Sessanta.
La più importante è sicuramente quella di Romagnano  Loc III (TN) che, in più di 8 metri di spessore, conserva tracce di occupazione, che vanno dal Mesolitico all'età del Ferro. Lo scavo, eseguito durante gli anni Sessanta, ha consentito di studiare l'evoluzione delle industrie dal Sauveterriano antico sino al Neolitico; si è così ricostruita una sequenza relativa di riferimento, a cui è stato possibile associare datazioni assolute ottenute attraverso il metodo del 14C. Altre scoperte si sono susseguite nella Val d'Adige, nei fondovalle alpini e in siti d'alta quota dell'Italia nord-orientale, grazie soprattutto a sistematiche ricerche di superficie; meno conosciuta risulta invece l'area occidentale, interessata solo di recente da ricerche mirate all'individuazione di siti mesolitici.
Le industrie.
Laddove livelli di occupazione mesolitici si trovano stratificati al di sopra di depositi del Paleolitico finale (es. riparo di Biarzo -UD-, Grotta  della Madonna di praia a Mare  -CS-, Grotta della Serratura -SA-) è possibile cogliere una derivazione dei complessi mesolitici da quelli epigravettiani più evoluti. Si nota un forte sviluppo del microlitismo, con strumenti geometrici  standardizzati di dimensioni ancora più piccole rispetto a quelli dell'Epigravettiano, punte a due dorsi convergenti, dorsi e troncature, ottenuti con la tecnica del microbulino e utilizzati come armature modulari per frecce ed arpioni. Anche in Italia è possibile distinguere complessi di tipo Sauvetarriano e Castelnoviano. Le principali sequenze stratigrafiche per lo studio dell'evoluzione delle industrie durante il Mesolitico sono quelle della Val d'Adige: Romagnano Predestel, Vatte di Zambana e Riparo Gaban (TN). Altre sequenze stratigrafiche rilevanti sono fornite dal Riparo Soman (VR), con livelli di occupazione che vanno dall'Epigravettiano finale al Neolitico, dalla grottina dei Covoloni del Broion, sui Berici (VI), e da alcune grotte del Carso triestino ( Grotta Azzurra, Grotta dell'Edera, Grotta della Tartaruga).
Industrie sauvetariane sono state individuate oltre che nel bacino dell'Adige, nelle Dolomiti bellunesi e nel Carso, anche nell'area nord-occidentale (Alpe Veglia -NO- e Liguria) e in alcuni siti delle Alpi Apuane e dell'Appennino Tosco-emiliano (isola Santa, Bagioletto -RE-). Sulla base della tipologia, tipometria e frequenza delle armature microlitiche è stato possibile suddividere il Sauvetariano in quattro fasi:
- S. ANTICO: (Romagnano III livv. AF-AE; Pradestel liv. M) 7950-7400 a.C. associazione di triangoli, per lo più isosceli, spesso a tre lati ritoccati, segmenti e punti a due dorsi lunghe;
- S. MEDIO: ( Romagnano III livv. AC3-AC9; Pradestel livv. H1-H2) 6550-6200 a.C. associazione di triangoli scaleni lunghi a base corta, ritoccati su tre lati, e punti a due dorsi corte;
- S. FINALE: ( Pradestel, liv. F; Vatte di Zambana) 6200-5800 a.C.
All'inizio del Castelnoviano (5800-4500 a.C.) i triangoli vanno scomparendo e si gha una trasformazione tecnologica caratterizzata da un affinamento nella tecnica di scheggiatura che consente di ottenere da nuclei piramidali lame molto regolari, utilizzate per la fabbricazione di armature trapezoidali con la tecnica del microbulino. Ai trapezi, spesso muniti di piquant trièdre, si associano lame e lamelle a incavi o a margini denticolati (lame Montbani), utilizzate, secondo alcuni autori, per decorticare i rami.
La fase finale del Castelnoviano (identificata nel liv. AA di Romagnano III e nel liv. A di Pradestel) vede la comparsa di frammenti ceramici ed è per tanto correlabile al Neolitico iniziale.
In generale si osserva l'uso di selce di buona qualità associata al cristallo di rocca delle Alpi Aurine. Parallelamente all'industria litica si sviluppa quella su osso e corno per la fabbricazione di arpioni, punteruoli, spatole e ascie.

IL MESOLITICO ED IL NEOLITICO III

A cosa servivano gli strumenti di pietra scheggiata.

La classificazione degli strumenti è una miscela di denominazioni convenzionali, in parte funzionali in parte puramente morfologiche. In realtà non sappiamo con precisione l'uso effettivo a cui erano destinati gli strumenti di pietra scheggiata. Si è sempre supposto che venissero utilizzati per tagliare la carne, confezionare le pelli e lavorare il legno. Gli studi sul significato funzionale delle microtracce d'usura hanno confermato questi diversi usi, ma non sempre in conformità alle denominazioni adottate dagli archeologi per gli strumenti. Le azioni più frequentemente evidenziate sono quelle di decorticazione, piallatura, lisciatura e sagomatura del legno e di taglio, scarnificazione e raschiamento delle pelli.
Le classificazioni comunemente impiegate per gli strumenti del Paleolitico Medio e Superiore, per il Mesolitico e poi anche il Neolitico e in parte l'età del Rame e del Bronzo, comprendono alcune famiglie e gruppi tipologici denominati: bulini, grattatoi, lame a dorso, punte a dorso, troncature, dorsi e troncature, becchi o perforatori, armature geometriche, punte foliate, raschiatoi foliati, punte, raschiatoi, denticolati, pezzi scagliati.
Per alcuni gruppi si possono proporre, in base a criteri puramente formali, al ritrovamento di strumenti immanicati, alle tracce d'uso e ai confronti etnografici alcuna funzioni.
Le lame e le punte a dorso dovevano essere strumenti da taglio, paragonabili ai nostri coltelli.
La parte attiva era il bordo naturalmente tagliente, mentre il dorso ottenuto con il ritocco erto aveva lo scopo di facilitare uno stabile inserimento in un supporto funzionante da manico o di permettere l'appoggio del dito durante l'uso dello strumento.
I bulini, caratterizzati da un robusto e stretto taglio trasversale come quello di uno scalpello, avevano la funzione di incidere legno, osso e corno per fare scanalature in modo da ottenere dei manici o supporti per immanicare altri strumenti di selce. I bulini servivano certamente anche per eseguire incisioni a scopo decorativo.
I becchi o perforatori dovevano essere utilizzati per fare dei fori in materiali come il legno, l'osso e la pelle. Le lame denticolate o con incavi servivano probabilmente per decorticare e squadrare il legno, ad esempio per preparare la aste di giavellotti o frecce. Si possono quindi assimilare allo strumento, in uso soprattutto nelle aree montane, detto scortecciatoio o coltello a due manici (in inglese draw-knife o spoke- shave).
I grattatoi sono caratterizzati da una fronte in cui il ritocco forma con la faccia ventrale della scheggia o della lama un angolo di circa 60° e servivano per operazioni di raschiatura, lisciatura e piallatura nella concia delle pelli e nella lavorazione del legno e dell'osso.
I grattatoi frontali lunghi possono essere stati utilizzati per raschiare pelli, rimuovere la corteccia dagli alberi, incavare legni od ossa, cioè per operare con un movimento avanti-indietro. I grattatoi frontali corti o circolari erano probabilmente strumenti per lisciare e piallare di uso generale. I grattatoi carenati a muso, in genere più grandi e più pesanti, erano utilizzati probabilmente come pialla per sgrossare. In questi casi il movimento era in avanti.
Tra gli strumenti più facili da comprendere in relazione al loro uso ci sono le punte destinate a essere immanicate come cuspidi di freccia o come lame di pugnale.